Rinascimento a Firenze, se una scultura fa primavera

I grandi del Rinascimento, in mostra a Firenze, sono oggi patrimonio condiviso dell’arte. E anche della politica

Credits: Ufficio Stampa

Vittorio Sgarbi

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La sensazione di pienezza e di orgoglio che si prova visitando il Bargello a Firenze o il Victoria and Albert a Londra si ritrova tutta, concentrata, nella mostra La primavera del Rinascimento a Palazzo Strozzi, a Firenze, fino al 18 agosto. È una consapevolezza mai prima e mai così continuamente espressa del primato dell’arte italiana dopo l’antichità, nella esaltazione dell’uomo attraverso la statuaria che ne indica le virtù eroiche e spirituali.

In effetti, ciò che accade a Firenze all’inizio del Quattrocento è la più alta espressione del rapporto fra potere e politica. E resterà, come per eredità culturale, una natura propria dei fiorentini. Filippo Brunelleschi, Donatello, Paolo Uccello, Masaccio sono patrimonio comune, parola detta dei fiorentini del popolo, istintivamente colti per consapevolezza di un primato municipale. Quei nomi sono ancora patrimonio comune e condiviso, sono contemporanei viventi; e ne è un segnale, tanto straordinario quanto singolare, che il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ospite in una trasmissione televisiva popolar-musicale, pronunci davanti ai giovani presenti il nome Brunelleschi. E non è senza significato che, dopo il fascismo, nessun politico italiano abbia pronunciato il nome di un artista come simbolo d’Italia.

È assolutamente certo che Giulio Andreotti non abbia mai pronunciato il nome Bernini, né si sia mai compiaciuto della coincidenza fra Roma e Barocco come di Firenze e Rinascimento. Nei grandi musei stranieri, Italian school vuol dire Giotto, Donatello, Piero della Francesca, Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci. La grande civiltà italiana si sintetizza nella parola Rinascimento ben più che in Risorgimento. Così come Impressionismo vuole dire Francia. Oggi quella storia e quei concetti sono raccontati nella mostra La primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460.

Non è senza ragione che la grande mostra abbia come seconda sede proprio Parigi, il Museo del Louvre: Firenze-Parigi. Ma a fondare le avanguardie del Quattrocento fiorentino, su una storia che si basa sulla grandezza del mondo antico, e di Roma in particolare, sono i collegamenti con la statuaria classica, a partire dalla decisione originaria dell’arte di Calimala di dare al Battistero di San Giovanni nuove porte dorate nel 1401. Concorrono Filippo Brunelleschi, Lorenzo Ghiberti, Jacopo della Quercia. In mostra, a fianco della formella di Ghiberti, è proposto un torso di centauro del I secolo cui lo scultore fiorentino si ispira. Scrivono i curatori della mostra Beatrice Paolozzi Strozzi e Marc Bormand: "La consapevolezza di vivere in un momento privilegiato, di assistere a un risveglio in cui la cultura antica trova in Italia una nuova vita, traspare ovunque nei testi degli umanisti".

Ne ha piena consapevolezza Leon Battista Alberti, che, nel suo De pictura, indica quattro artisti fondatori del Rinascimento, tre dei quali scultori: Brunelleschi, Donatello, Lorenzo Ghiberti, Luca della Robbia. È proprio l’andamento dimostrativo, didascalico, puntiglioso della mostra che conferma il primato della scultura nell’elaborazione di un pensiero nuovo, di un rinnovamento, che traduce la civiltà romana in valori civili e cristiani.

Un altro esempio in mostra nel formidabile bronzo dello pseudo Seneca del Museo archeologico di Napoli, proveniente da Ercolano, e quindi non conosciuto prima del 1754, ricreato per intuizione nella Testa di profeta di Donatello del Bargello. Ed è vero che dall’arte romana i fiorentini derivano anche una predisposizione realistica, fisiognomica. Come scrive Aldo Galli, "l’elemento più macroscopicamente nuovo delle figure di Donatello sarà parso ai contemporanei la caratterizzazione individuale"; e che appaiano "pressoché persone vive, e non più statue", è confermato dall’aneddoto riportato da Giorgio Vasari che vuole Donatello davanti al suo profeta Abacuc, detto "lo zuccone", esclamare: "Favella! Favella! Che ti venga il cacasangue!".

La mostra racconta, documenta, esalta. La sezione dei dipinti di Filippo Lippi, Paolo Uccello e Andrea del Castagno mostra quella che è giustamente definita "pittura scolpita" per la forza plastica di immagini che rinnovano l’eloquenza della statuaria antica. Donatello è in ogni sezione con opere mirabili che trovano il concorrente soltanto in Masaccio, presente con il monumentale, benché di piccole dimensioni, San Paolo dal polittico di Pisa. Sublime sul versante ideale, la Madonna con il Bambino, dall’Ospedale degli Innocenti, di Luca della Robbia; ma sublimi anche sul versante della realtà i vivi ritratti di Niccolò da Uzzano, lungamente attribuito a Donatello e ora restituito a Desiderio da Settignano; di Giovanni di Cosimo de Medici (con la mandibola alla Belpietro) di Mino da Fiesole, presente anche con il parlante Diotisalvi Neroni; di Giovanni di Antonio Chellini, di Antonio Rossellino.

Insomma un mondo, tutto il mondo rinato a Firenze, come mai più sarà neanche nella Parigi di Pablo Picasso e di Amedeo Modigliani. A proposito del quale andrà segnalata in mostra, sulla scia dello "stiacciato" di Donatello nel Banchetto di Erode, la Madonna con il Bambino di Agostino di Duccio, trasferita in Francia durante il periodo napoleonico. Un’opera raffinata e "decadente", nel suo linearismo Jugendstil, per un’eleganza muliebre dallo stesso Modigliani insuperata. Per questo è assai difficile che possa riferirsi allo stesso, grandissimo, artista il bassorilievo con San Sigismondo in viaggio verso Agauno proveniente dal Tempio malatestiano di Rimini, e certamente affidato da Agostino a un suo rustico allievo che irrigidisce lo stiacciato donatelliano. Un’opera che non conferma il costante primato degli artisti fiorentini affermato in mostra, nonostante la generosità dello schedatore Alfredo Ballandi, che ha nel frattempo licenziato un utilissimo libro sulla storia e sulla fortuna critica della Scultura fiorentina del Quattrocento che chiede sempre stupore, mai indulgenza.

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