Patrick Faigenbaum in mostra a Roma

Per la prima volta in Italia una personale del grande fotografo francese Patrick Faingembaum, eccellenza della fotografia contemporanea

Terry Marocco

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Le famiglie dell’aristocrazia romana ritratte in bianco  e nero sembrano emergere dalle loro stanze buie come da un ritratto di Diego Velàzquez, i limoni abbandonati su un tavolo nero ricordano i quadri di  Paul Cezanne, la ragazzina in camicetta arancione, i capelli raccolti le braccia conserte e l’atteggiamento immobile ha il volto di una donna di Vermeer.

Patrick Faigenbaum, celebre fotografo francese, racconta con le sue fotografie un mondo intimo fatto di volti, nature morte, paesaggi che lui stesso definisce «immaginati, voluti come dei ritratti». I suoi lavori sono in mostra all’Accademia di Francia, a Villa Medici a Roma (dal 4 ottobre al 19 gennaio 2014, www.villamedici.it) ed è sicuramente una delle esposizioni più interessanti di Fotografia, il  Festival internazionale arrivato alla dodicesima edizione.

È la prima personale dedicata in Italia a Faigenbaum, nato  a Parigi nel 1954, che ha  come curatore Jean-Francois Chevrier e il grande artista canadese Jeff Wall, che della fotografia ha fatto il suo strumento principale. «Lavoro sul volume, sulla presenza fisica, restringo lo spazio, ricreo l’intimità. Come se fosse un quadro», racconta seduto sullo scalone di pietra di Villa Medici, dopo aver finito di montare la mostra. Negli anni Ottanta da borsista dell’Accademia inizia il lavoro che gli darà più notorietà: i ritratti delle grandi famiglie nobili di Firenze, Roma, Napoli. «Fu assai difficile allora contattarli, convincerli  a farsi fotografare. Era una società molto privata e che voleva restare tale». I Caracciolo, i del Drago, i Frescobaldi: ritratti nei loro palazzi, tra grandi quadri, arazzi, boiserie, oggetti preziosi disposti sui tavoli di marmo. Stanze silenziose. Dal buio emergono  gruppi familiari,  composti, lontani, immersi in un tempo passato. Collane di perle  e volti  seri, donne algide e bambine con abiti  a punto smock. «L’idea mi venne a Venezia: volevo incontrare e fotografare chi viveva in quei palazzi meravigliosi, capire come ci si poteva muovere tutta la vita tra oggetti preziosi, mi interessava il rapporto che queste persone avevano con la storia. E molti di loro avevano fatto la storia di questo Paese». I gattopardi, la nobiltà che si lascia ritrarre altera, in saloni semivuoti, in un mondo che appare inevitabilmente in declino. Come scrive Jeff Wall nell’introduzione al catalogo: «La loro calma alterigia non viene turbata dalle tracce di imborghesimento, né dal declino delle loro fortune». Continua il fotografo: «Penso che sono stato molto fortunato, il mio ormai è un lavoro documentario che oggi non potrei rifare, alcuni sono morti, altri ormai non vivono più in quei palazzi. Ho avuto l’impressione di aver colto un attimo e di aver raccontato gli ultimi grandi personaggi dell’aristocrazia italiana». Per contrasto con quel lavoro, quando torna in Francia ritrae la sua famiglia in una lunga e bellissima serie di foto che raccontano una domenica in campagna di una famiglia della piccola borghesia. «In francese ci si sarebbe definiti “petite bourgeoisie”, anche se a me non piace, la mia famiglia però non apparteneva alla borghesia, stavano bene, ma erano pur sempre dei commercianti di abiti». Feigenbaum li ritrae  a casa dello zio, a Lys-Chantilly, nella periferia di Parigi.

E sembra un lungo racconto alla Raymond Carver di Cattedrale: vecchie sedie a sdraio, la tavola con le bottiglie di plastica  e i piatti sfatti degli affettati, le donne in carne con improbabili bikini-reggiseno. Si fuma sul prato, sdraiati, a tratti scomposti, così lontani dalle stanze perfette e aristocratiche. «Era l’opposto del mio lavoro in Italia, senza posa, senza appuntamento, con i protagonisti che si lasciavano andare». Bellissime e vere, come i ritratti della madre, che appare più volte nel corso della mostra. «Ho fotografato mia madre per molti anni, mentre cambiava, mentre la malattia si impossessava di lei». L’intimità è la schiena nuda della donna esposta vicino a un mazzo di anthurium rossi o il dialogo silente con la donna che le fa la manicure, la madre anziana che  le porge le mani come una bambina, i capelli grigi  e scomposti  tenuti da un cerchietto. «Un ritratto non è mai finito, dovrebbe continuare per tutta la vita di una persona».
 

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