Se Papa Francesco ricuce con l'Islam

Per il pontefice il dialogo con le altre religioni è fondamentale. E può dare la giusta scossa al cammino della Chiesa

Credits: Illustrazioni di Antonello Silverini

Ignazio Ingrao

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«Me hicieron la cama», mi hanno teso un tranello. Così Jorge Mario Bergoglio, poco dopo essere stato nominato arcivescovo di Buenos Aires, nel 1992, commentava la visita del rabbino e dell’imam della città. Ma era un modo scherzoso per ringraziarli delle loro attenzioni: Bergoglio infatti aveva rifiutato il palazzo arcivescovile ed era andato a vivere in una piccola stanza con un letto, un tavolo e poche sedie. Convinto di essere spiato dal governo, preferiva ricevere gli ospiti di riguardo nella sua camera. L’ebreo e il musulmano si erano seduti sul letto e si erano accorti che il materasso era sfondato. Così, all’insaputa dello stesso arcivescovo, l’indomani gliene avevano fatto recapitare uno nuovo. La battuta del gesuita significava infatti, letteralmente, «mi hanno fatto il letto» e, metaforicamente, «mi hanno teso un tranello».

Basta questo aneddoto (riferito a Panorama da Alberto Barlocci, ex direttore del periodico argentino dei focolari Ciudad nueva) per spiegare il rapporto tra Papa Francesco e le altre religioni, in particolare gli ebrei e l’Islam. Se le buone relazioni con gli ebrei sono testimoniate dall’affettuoso messaggio al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, e dal volume scritto a quattro mani con il rabbino Abraham Skorka, Il cielo e la terra (Mondadori, 228 pagine, 9,90 euro), quelle con i musulmani sono confermate dal richiamo all’importanza del dialogo con l’Islam, contenuto nel discorso al corpo diplomatico.

La simpatia tra Papa Francesco e il sultano ha gettato scompiglio tra le fila dei crociati cattolici. Magdi Cristiano Allam ha scritto una lettera aperta a Bergoglio, chiedendogli un incontro per discutere dei pericoli di questa apertura all’Islam. Contemporaneamente i tradizionalisti lanciano l’allarme per una Chiesa che rischia di aprire le porte al «nemico». E condannano il gesto del Papa che ha lavato i piedi a due musulmani in occasione della Messa in coena Domini, il Giovedì santo presso il carcere minorile di Casal del Marmo.

Una discussione che sembra riportare le lancette dell’orologio al 2006, in occasione delle furiose polemiche seguite al discorso di Ratisbona di Benedetto XVI. In realtà la Chiesa ha saputo lasciarsi dietro le spalle gli scontri di allora. Il forum cattolico islamico, promosso dallo stesso Joseph Ratzinger, ha compiuto passi importanti sulla via del dialogo. Ma per il «Papa emerito» dialogo interreligioso e dialogo interculturale si muovono su due piani diversi e con l’Islam è praticabile solo il secondo. Bergoglio, invece, è fermamente convinto che il confronto religioso e quello culturale siano strettamente connessi, l’uno non può procedere senza l’altro. Ma, soprattutto, le grandi religioni nate dalla radice di Abramo devono collaborare per promuovere la giustizia. Per questo l’allora arcivescovo di Buenos Aires chiamava nella sua stanza, lontano da orecchie indiscrete, seduti sul suo materasso sfondato, il rabbino e l’imam per discutere insieme come rapportarsi correttamente al governo e al potere politico, per difendere i diritti dei più deboli, per far valere l’autorità dei leader spirituali.

Il cardinale Bergoglio faceva anche di più: in occasione del Te Deum, la liturgia di ringraziamento, chiedeva ai leader delle altre religioni di partecipare alla cerimonia e, negli ultimi anni, invitava anche loro a dire una preghiera. Chissà se vorrà riproporre questo gesto di fraternità tra le religioni anche ora che è diventato Papa, in occasione del tradizionale Te Deum di fine anno. Ma non mancheranno certamente gesti significativi, forse clamorosi, per sottolineare l’importanza del dialogo tra le fedi.

Papa Francesco si colloca nel solco della Dignitatis humanae, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa. Se da un lato reclama il diritto della Chiesa cattolica a esprimere la propria fede e a esercitare la propria missione, dall’altro riconosce i «semi di verità» presenti nelle altre religioni e, senza rinunciare ad annunciare il Vangelo, apre al dialogo e alla collaborazione per la difesa dei diritti della persona.

Il tema del dialogo per una Chiesa che non sia più autoreferenziale ma si apra al mondo, e si metta in cammino sui nuovi sentieri dell’umanità, è stato al centro dell’intervento di Bergoglio pronunciato venerdì 8 marzo, dinanzi al collegio cardinalizio, alla vigilia del conclave. È il discorso che gli ha guadagnato il favore della maggioranza degli elettori e ha convinto anche i più reticenti a votarlo. E nel cerchio del dialogo, per Bergoglio, sono comprese anche le altre religioni, come affermato da Paolo VI al Concilio Vaticano II.

Forte della sua esperienza a Buenos Aires, Papa Francesco mette la metropoli al centro della sua pastorale. In un testo, ancora inedito in Italia, che Panorama ha potuto consultare (Dios en la ciudad: primer Congreso pastoral urbana región Buenos Aires, San Pablo 2012), il Papa gesuita affronta la questione dell’annuncio del Vangelo nel contesto multireligioso. Nella realtà urbana dove molti «non sono cittadini o sono cittadini solo a metà» la prima cosa da fare, per Bergoglio, è non stancarsi mai di riaffermare che «Dio vive nella città» e nessuno, quale sia la propria religione, deve smarrire la speranza.

Un messaggio forte, una parola di vita che supera le differenze e le diffidenze religiose e culturali ma che costringerà a rivedere gli schemi consolidati. Non a caso, proprio in Dios en la ciudad, Bergoglio cita quello che sarà il suo principale avversario al conclave, il cardinale Angelo Scola, che ha coniato la fortunata espressione del «meticciato di civiltà» per descrivere l’età contemporanea.

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