Osimo: quei minori che fecero grande il Barocco italiano

"Da Rubens a Maratta": oltre 100 opere per raccontare la straordinaria vitalità del nostro Seicento

osimo minori

Credits: Ufficio Stampa

Giuseppe Frangi

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Quanta tela, quanti pennelli e quanto colore scorreva nelle Marche del 1600. Quanti santi, quante Madonne, quanti volti di bravi devoti riempivano ogni angolo di chiese e palazzi. Per capire da quale straordinaria bulimia di immagini sia stata affetta l’Italia in alcune stagioni speciali della sua storia non c’è che da varcare la soglia di Palazzo Campana, a Osimo, a pochi chilometri da Ancona, dove sino al 15 dicembre si può vedere una mostra dal passo rutilante: Da Rubens a Maratta, le meraviglie del Barocco nelle Marche. Un centinaio di tele, prelevate dal territorio, poche con misure sotto i 2 metri, che a volte con straordinarie accensioni di pathos documentano non solo uno dei più importanti e vitali cantieri del Barocco italiano, ma raccontano l’anima e l’identità di un popolo. Non solo perché ne raccontano la fede, ma perché ci dicono di quel bisogno di stare in compagnia dei santi, di vedere, di stupirsi, di commuoversi vedendo e rivedendo, come in un serial che ci si augura non abbia mai fine, le loro gesta.

Il Barocco è l’esaltazione di questo carattere italiano. E le Marche, come scrive Vittorio Sgarbi, curatore della mostra, nel saggio introduttivo del catalogo (Silvana editoriale), possono vantare una sorta di primizia, in quanto era nato entro quei confini il primo pittore che si può definire barocco: quel Federico Barocci protagonista di una grande mostra alla National Gallery di Londra proprio quest’anno.

La mostra di Osimo prende avvio da un’altra data, decisiva per l’impulso che determinò, aprendo tanti cantieri e lanciando una vera corsa alla committenza di opere sacre. Nel 1585 venne infatti eletto papa il marchigiano Filippo Peretti, divenuto Sisto V, un pontefice ben consapevole del valore strategico e mediatico dell’arte, tanto da rendersi protagonista di una vera riprogettazione di alcune zone di Roma. È lui a rilanciare nella sua regione il cantiere del più importante santuario mariano, quello di Loreto, affidandolo alle cure del fedelissimo cardinale Antonio Gallo. È lui a chiamare da Roma, per affrescare la cupola, uno degli artisti protagonisti della mostra di Osimo, Cristoforo Roncalli, meglio noto come il Pomarancio, che strappò un compenso faraonico, benché Gallo fosse tipo autoritario e quasi truce, come si evince dal grande ritratto, in mostra, che il Pomarancio stesso gli fece.

Ma questo è uno dei pochi risvolti arcigni di un percorso sempre esuberante che propone la sorpresa di quei grandi minori, vera sostanza delle arti figurative italiane. Come Gian Francesco Guerrieri, che squaderna una Circoncisione di un caravaggismo pop (e anche pulp, visto il riflettore puntato sul taglio del prepuzio di Gesù); oppure Simone Contarini, autore del Ritratto di Eleonora Albani Tomasi, spietato come fosse un Goya di provincia. Ovviamente non mancano le star del titolo: Rubens, che da giovane aveva lasciato un suo capolavoro «notturno» per la Chiesa di San Filippo a Fermo, è presente in mostra in particolare con il gigantesco arazzo tratto da un suo disegno; e poi Carlo Maratta, che arriva a chiudere la parabola del Barocco marchigiano. Nato a Camerano, era, ai suoi tempi, il più ricercato pittore d’Europa. Uno a cui certo la stoffa non mancava. Ne aveva anzi  quasi troppa, tanto che a vederlo oggi a volte sembra attorcigliarsi in quell’esagitazione di vesti e mantelli. 

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