Ma le nozze gay rendono pari o uguali?

Il matrimonio fra persone dello stesso sesso ha riaperto il dibattito su diritti e limiti. Eppure, la vera partita si gioca sulla definizione di diversità. E sulla felicità di chi non ha voce

Credits: Mother image/Bedford/Corbis

Walter Mariotti

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Arsenokitai: più o meno, "uomini che giacciono con altri uomini". Una parola (forse) inventata da san Paolo che nella Lettera ai romani prende una dura posizione contro chi, maschio o femmina, compia atti "contro natura". Tutto il contrario di Gesù, per niente interessato a sapere se il "paìs", il ragazzo paralizzato di Cafarnao, fosse un servitore o un amante del centurione venuto a implorare la sua guarigione. A Gesù non importa la sessualità ma la fede del soldato, che «in verità vi dico in Israele nessuno ha così grande». Ventuno secoli dopo, l’omosessualità continua a dividere. E se per fortuna ai tempi dei baci omosex al Festival di Sanremo (quasi) nessuno darebbe ragione a san Giovanni Crisostomo, per il quale l’omosessualità era peggio dell’omicidio, il suo riconoscimento resta difficile. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso è un diritto civile e individuale, quindi inalienabile, o riguarda invece la dimensione sociale, quella della sfera pubblica e quindi la politica? E ancora: è giusto che lo Stato entri nelle camere da letto dei cittadini?

Francia e Gran Bretagna sembrano andare in questa direzione, il matrimonio omosex come terreno di contrattazione politica. E se negli Usa la Corte suprema ha annullato le legislazioni contro la "sodomia" soltanto nel 2003, e il matrimonio gay è legale in sei (6) stati oltre che a Washington D.C, in Italia nessun Parlamento è ancora riuscito a varare una legge che permetta a persone dello stesso sesso di godere dei vantaggi giuridici, sociali e psicologici del matrimonio. Veri o presunti che siano.

Giuridicamente, l’argomento è cristallino: se i cittadini sono (o devono essere) tutti uguali di fronte alla legge, se tutti devono pagare le tasse e contribuire alla cosa pubblica, perché qualcuno può essere discriminato in una sfera essenziale della vita? In effetti, se la distinzione eterosessuale/omosessuale è valida sul piano delle inclinazioni personali, su quello della legge, che deve garantire la pluralità dei diritti, non può funzionare. Lo spiega con autorevolezza e stile brillante Vittorio Lingiardi, per il quale non si tratta semplicemente di "regolamentare una situazione" ma di "aprirsi a una trasformazione antropologica, di sciogliere un nodo simbolico". Se l’omosessualità non è "un merito o un demerito, il matrimonio gay è un tema cruciale perché definisce il rapporto fra società e cittadino, democrazia e individuo, pubblico e privato".

Una cosa insomma è volersi bene e mettere su casa, altra il riconoscimento pubblico di uno stato di fatto. Gli omosessuali che desiderano sposarsi non copierebbero dunque (malamente) la norma eterosessuale, avallando il patriarcato e quindi consegnandosi a una condizione coniugale che "addomestica e normalizza", ma tramite il riconoscimento otterrebbero che chi vuole può realizzare "il diritto di formare una famiglia". Anche perché solo disponendo della libertà di scelta si è in grado di condurre un’esistenza degna.

Per un’interpretazione, insomma, il matrimonio omosex non imporrebbe qualcosa ma riconoscerebbe a cittadini in possesso delle loro facoltà la libertà di scegliere di essere una coppia anche davanti a società e Stato, con tutto ciò "che ne consegue in termini simbolici e pratici".

È qui però, in quel "che ne consegue", che si apre la voragine. Perché riconoscere la legittimità di formare una famiglia tra omosessuali significa ammettere la legittimità di avere dei figli, o comunque di allevarli. Un punto cruciale dove la polemica si arroventa, come dimostra il duello tutto francese tra Sylviane Agacinski ed Elisabeth Badinter.

Star della filosofia ufficiale, entrambe «gauchiste» e legate a politici di primo piano (Badinter fu ministro della Giustizia con François Mitterrand, Agacinski è la moglie dell’ex presidente socialista Lionel Jospin), le due furono protagoniste di un acceso dibattito, nel 1999, sulla legge dell'"égalité", cuore dell’identità francese e dell’idea di famiglia pacs, o di famiglia omosex. Agacinski sosteneva che l’uguaglianza era un concetto di matrice rivoluzionaria e illuminista: non teneva conto, cioè, della realtà in carne e ossa dell’esistenza umana. Non importa infatti quanto si cerchi di astrarre l’uguaglianza dal mondo, perché il mondo, o più precisamente la biologia, ti riporterà fatalmente a terra. La fondamentale dicotomia della vita, per Agacinski, resta così quella tra uomo e donna: piuttosto che pretendere che questa differenza non esista o sia trascendente è meglio riconoscerla e puntare sulla parità. Parità dunque, e non uguaglianza, perché soltanto riconoscendo la parità si potrà superare la differenza.

La reazione dell’eterna rivale, Badinter, non si fece attendere. Riconoscere i diritti basati sulla differenza invece che sull’uguaglianza significa concepire la nazione come un insieme di tribù, ognuna legittimata a raggiungere il proprio interesse piuttosto che quello generale, della nazione stessa, che coinciderebbe poi con quello universale, dei diritti umani. Più che un’assurdità, un delitto atroce.

Quattordici anni dopo, il duello si è riacceso. Divenuta favorevole al matrimonio fra coppie omosessuali, Agacinski è oggi preoccupata per le implicazioni delle scoperte scientifiche, che permetterebbero loro di avere figli. Invece, per Agacinski la famiglia non può che essere dominata da una matrice biologica, "perché anche cercando l’universale nelle nostre vite non possiamo non riconoscere che un figlio può originarsi solo da un padre e una madre, ovvero da un uomo e una donna". Il mercato delle madri surrogate, di qualunque sesso siano, nasconde dunque "un commercio di esseri umani". Che tradotto è la fine della civiltà.

"Sono davvero scocciata con chi continua a etichettare questi temi come scambi economici" ha risposto fredda Badinter. "Perché l’essenziale nella vita non è la biologia, ma il desiderio". La famiglia infatti "è la convergenza di libertà individuali e obiettivi condivisi". Non importa quindi se un figlio di una coppia è nato direttamente dalla coppia o da una madre surrogata. "Se c’è qualcosa di sacro nella vita non è l’utero ma il desiderio della coppia di crescere un bambino. Non se la coppia è infertile o gay" conclude Badinter.

La querelle è destinata a proseguire. Fra drammi personali, scoperte della scienza e punte d’ironia. Fra tutte, una legislazione che una generazione fa imponeva alle coppie di avere figli non desiderati e oggi a non avere quelli desiderati. Forse, una possibile via d’uscita sarebbe riflettere sulla felicità, non solo individuale o di coppia ma anche degli altri. In particolare di chi, come i figli, non ha forza per sostenere autonomamente il proprio diritto alla felicità. Lo sanno bene le coppie omosessuali, a cui molti ancora non perdonano non di andare a letto assieme la sera ma di svegliarsi la mattina "col sorriso sulle labbra, abbracciandosi teneramente, affermando così la loro felicità".

Lo scriveva Michel Foucault, un omosessuale morto di Aids che molti dovrebbero rileggere. Eterosessuali e no.

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