La mostra sul 'Novecento' a Forlì: atterrano i fascisti sull’arte

Una grande rassegna esalta la produzione artistica durante il regime. Ma, nell’ansia di documentare il lavoro di nomi poco noti, dimentica tragicamente i veri geni del Novecento

(Credits: Contrasto)

Vittorio Sgarbi

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A pochi giorni della chiusura della mostra fiorentina Anni 30. Arti in Italia oltre il fascismo, a cura di Antonello Negri con l’evidente demarcazione di un confine ideologico, apre Novecento. Arte e vita in Italia fra le due guerre , a cura di Francesco Mazzocca, ai Musei di San Domenico di Forlì (fino al 16 giugno, catalogo Silvana). Mentre la prima intendeva proseguire il progetto revisionistico della memorabile mostra Arte moderna in Italia 1915-1935 proposta nella stessa sede, Palazzo Strozzi, da Carlo Ludovico Ragghianti nel 1967, evidenziando l’autonomia di alcuni artisti dal regime, la formidabile esposizione forlivese è una dichiarata esaltazione della promozione delle arti durante il fascismo. In perfetta coerenza con la riconosciuta azione innovativa, dopo le avanguardie, di Margherita Sarfatti e Giuseppe Bottai, almeno fino al 1938. E, siccome tutto si tiene, sembra incredibile che l’inaugurazione della mostra, in un comune amministrato dal centrosinistra, segua di poche ore la criticatissima dichiarazione di Silvio Berlusconi: "Mussolini ha fatto anche cose buone, tranne le indifendibili leggi in difesa della razza". Meglio di così...

La mostra dà ragione al tanto vituperato esponente politico e non esprime, programmaticamente, alcun cenno di critica al regime, seguendone l’evoluzione fino al declino, peraltro non registrato. In controcanto sembra di risentire le parole di Giacomo Noventa il quale, coraggiosamente, affermava: "Il fascismo non fu un errore contro la cultura italiana, ma della cultura italiana". Eccola tutta rappresentata in una mostra meravigliosa di capolavori ritrovati e anche di opere mediocri, meritevoli di attenzione, in un nesso fra arte e propaganda che era perfettamente evidenziato dal titolo, naturale per questa mostra: Dux, arte italiana negli anni del consenso, che sarebbe stato frettolosamente sostituito per ragioni di opportunità. Ma il taglio della mostra e l’impegno del curatore sono evidentemente riferibili a quel tema, illustrato nei settori dell’architettura di regime, della pittura, figurativa e monumentale, di regime, della scultura aulica e solenne, della moda di regime, per non parlare del mobilio e dei manifesti di propaganda.

Evidentemente Mazzocca si è attenuto al mandato e ha recuperato anche molte opere poco viste e conosciute. Il nuovo titolo Novecento, secondo il supervisore, commissario del popolo, Gianfranco Brunelli, dovrebbe fare riferimento alla stagione del movimento denominato Novecento, fondato da Sarfatti e proposto nelle grandi rassegne del 1926 e del 1929 al Palazzo della Permanente a Milano. I più interessati ricordano, dopo la grande occasione della mostra di Ragghianti, la precisissima mostra sul Novecento italiano del 1983, a cura di Rossana Bossaglia e riproposta nella sede originale. Ma basta leggere l’elenco degli artisti per capire che il taglio della mostra di Forlì è molto più legato ai rapporti fra arte e fascismo che non allo spirito di Novecento, anche se è lodevole che si sia ottenuto il prestito di dipinti fondamentali come In tram di Virgilio Guidi, assente e rimpianto nella mostra milanese. Ma come giustificare la presenza del fascistissimo Antonio Maraini e dell’imbarazzante e celebrativo Cesare Sofianopulo?

Non mancano assoluti capolavori di Mario Sironi, di Arturo Martini, il meraviglioso La quiete di Felice Carena e opere notevoli di Libero Andreotti e Fausto Pirandello. Opportunamente Antonio Donghi dialoga con Felice Casorati. Ma perché Gian Emilio Malerba e non Alberto Ziveri? E qui inizia, a fronte di un titolo onnicomprensivo, un gioco al massacro che, partendo dal nuovo titolo, rende improbabile perfino il profetico ritratto di Jeanne con il figlio, quella Maternità di Gino Severini, di un troppo precoce 1916, e impone una riflessione sugli ingiustificati assenti. Primo fra tutti (e non mancava nella mostra della Bossaglia) Giorgio Morandi, le cui nature morte fra le due guerre sono testimonianze essenziali di una radicata e originaria visione afascista, e antifascista nella sostanza interiore. Lo stesso si può dire per un altro impossibile assente: Filippo De Pisis, perduto nei suoi sogni, e di un maestro essenziale del Novecento, come Scipione.

Lungo sarebbe l’elenco degli esclusi: Gino Rossi, il sublime Arturo Nathan, morto in campo di concentramento, il grande e innovativo Vittorio Bolaffio, Attilio Selva, Marino Marini, Francesco Trombadori, Riccardo Francalancia, Giulio Aristide Sartorio, Armando Spadini. E, ancora, l’accademico Romano Romanelli, il popolare Giuseppe Gorni, il visionario Gianfilippo Usellini, il magico Franco Gentilini. Parliamo di artisti di qualità assoluta e spesso fuori dei confini, delle regole e dell’ordine prediletti dal regime. Ma anche per il Novecento di Sarfatti resta incomprensibile l’assenza di opere di Raffaele de Grada, di Gigiotti Zanini e soprattutto di quella icona di Novecento che è La madre di Carlo Bonomi, accostabile sia alla precoce Maternità di Gino Severini sia alle forme assolute di Adolfo Wildt. Non entriamo nel territorio deliberatamente ignorato dell’arte astratta, da Fausto Melotti a Manlio Rho, da Mauro Reggiani a Mario Radice.

Insomma, una grande mostra deviata verso una prospettiva forse troppo vasta, e incompleta fuori dello stretto nesso "arte e propaganda" durante il fascismo. Se di Novecento vogliamo parlare, infatti, per infierire fino in fondo, come non rimarcare l’assenza dell’eccentrico e imprendibile, ma assoluto, Osvaldo Licini? Così, ammirati dalla straordinaria organizzazione e dalla meticolosa documentazione, con prestiti straordinari, vogliamo auspicare il seguito: L’altro Novecento. La vendetta.

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