Musei: prestiti sì, ma a pagamento

Ecco perché il modello del Prado può insegnare a monetizzare i nostri tesori

di Giuseppe Frangi

Sono 250 pezzi in viaggio da Napoli, Pompei ed Ercolano verso il British museum. Altri 60 pezzi in volo dai musei siciliani (tra cui l’Auriga di Mozia) verso il Getty di Malibu, per la mostra Sicily art and invention between Greece and Rome, che si apre il 4 aprile. Bene, ma che ritorno c’è da operazioni di tale impegno? Il primo è ovviamente d’immagine (e di turismo): a Londra non si erano mai visti tanti tesori del più importante bacino archeologico del mondo occidentale e al British passano 5,6 milioni di visitatori all’anno. A Malibu il rapporto con la Sicilia si è consolidato dopo che la vicenda della restituzione della Venere di Morgantina è andata a buon fine. Però, con la crisi che colpisce le istituzioni culturali, questi prestiti possono essere anche monetizzati?

Tante grandi istituzioni estere non si fanno problemi da questo punto di vista. Basti pensare alle tariffe incassate dal Musée Picasso di Parigi per la recente mostra milanese, o dal Musée d’Orsay per il prestito delle opere di Edgar Degas esposte a Torino. A dicembre scorso il Museo del Prado, di fronte a un taglio di contributi pubblici del 30 per cento, ha "messo a reddito" un centinaio di opere delle proprie raccolte, destinate a tour espositivi in tutto il mondo per raccogliere fondi. E in Italia?

Qui le prassi sono tutte più confuse e variano da istituzione a istituzione. Eppure ogni anno vengono mosse circa 12 mila opere. La monetizzazione dei prestiti è rarissima, tutt’al più si cercano finanziamenti di restauri o scambi di prestiti per altre mostre. Ma forse con gli immensi patrimoni che giacciono nei depositi dei musei italiani, sarebbe il caso di puntare su strategie più redditizie e adatte ai tempi. Il Prado docet.

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