Vedi Napoli e poi Warhol: 180 opere in esposizione

Vetrine è il titolo della mostra dedicata al re della Pop art dal museo Pan.

Autoritratto di Andy Warhol – Credits: Getty Images

Francesco Sala

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Il graffio delle posate sui piatti, il gorgoglio dei bicchieri che si riempiono, il fruscio delle mani passate sulla tovaglia lavata di fresco. E poi, al di sopra di tutto, le voci. Quelle ammiccanti dei camerieri e quelle concitate degli avventori, persi nelle rassicuranti conversazioni di sempre: il meteo, la politica, il calcio. Frammenti catturati con rispetto liturgico da un tavolo del Dante e Beatrice, in piazza Dante, cuore di Napoli. Risucchiati avidamente dall’inseparabile registratore, taccuino per appunti e involontario centrotavola tecnologico che "duplica la vita, la prolunga, crea la memoria". E al tempo stesso qualifica il silenzio come "un modo per assecondare, per non interrompere il flusso" di un’energia che Andy Warhol fa propria con voracità, quasi con ingordigia.

Come ricorda Achille Bonito Oliva, l’uomo che portò per la prima volta in città il re della Pop art. E che oggi ne architetta il ritorno. Nelle sale del Pan, dal 18 aprile al 20 luglio, vanno in scena le 180 opere della mostra Vetrine: titolo che ricorda quelle newyorkesi di Bonwit Teller, teatro della prima personale di Warhol e le metafore di Friedrich Nietzsche, profetico nell’anticipare lo scarto tra forma e sostanza nella società contemporanea. Non mancano le immagini simbolo, dalle serigrafie dedicate a Marilyn Monroe fino a quelle con le lattine di zuppa Campbell; ma il cuore dell’evento batte in sincrono con il legame viscerale fra l’artista e la città.

Si aggirava per vicoli e piazze quasi sospeso nel vuoto, come se nemmeno li sfiorasse quei marciapiedi febbricitanti di voci, volti, suoni e colori. S’innamorava di tutto, Warhol, e tutto fermava con la sua macchina fotografica. Di quelle interminabili camminate resta traccia, al Pan, nelle Napoliroid, collezione di scatti che fissano nei colori diafani delle istantanee scorci di paesaggio urbano e frammenti di vita, schegge di una bellezza inconsapevole e deflagrante. Esplosiva. Come la carica umana degli amici e committenti incontrati e doverosamente ritratti (dal leggendario gallerista Lucio Amelio a Ernesto Esposito, da Graziella Lonardi Buontempo a Peppino di Bernardo).

C’è poi la torbida, disperata ma sincera sensualità dei femminielli, fratelli a distanza dei travestiti incrociati nella Grande Mela e finiti nella serie Ladies and Gentlemen. C’è la disperazione e la naturale empatia provata, la mattina del 24 novembre 1980, alla notizia del disastro che massacra l’Irpinia. "Fate presto" strilla in prima pagina Il Mattino, tragica Cassandra che sa già cosa sarà della farraginosa macchina dei soccorsi. "Fate presto" ripete Warhol, con il trittico che riproduce quella pagina.

"Quando andai a New York per la prima volta, era il 1969. Ebbi subito la sensazione che quella città era sporca come Napoli; ma come Napoli era sorprendente". La percezione di Bonito Oliva si specchia in quella che Andy Warhol matura della città partenopea, vissuta come "una New York stereofonica. Più rumorosa, più vitale: una città di cortocircuiti e sorprese, un’autentica città di mare. Dove sbarca di tutto". Una città dove camminare qua e là, e nella quale immergersi con l’accondiscendenza di chi ama perdersi.

La Napoli che Warhol misura passo dopo passo è quella degli eleganti hotel di via Caracciolo e delle cene a La Bersagliera, sui moli di Santa Lucia; ma è anche quella delle passeggiate lungo via dei Tribunali ed è, soprattutto, quella di piazza dei Martiri. È al civico 58, fra gli stucchi neoclassici di Palazzo Partanna, che Lucio Amelio ha la sua galleria; qui avviene, nell’Ottanta, l’incontro ardito fra lo stesso Warhol e lo sciamano Joseph Beuys.

"C’era una grande stima reciproca fra i due artisti. Beuys era consapevole che Warhol rappresentava l’America, il pragmatismo anglosassone, la neutralità espressiva" dice Bonito Oliva. "Dall’altra parte Warhol sapeva che Beuys rappresentava tutta la cultura europea, romantica. Quella del demiurgo che attraverso l’arte si pone il problema di modificare la società e di plasmare la coscienza. Erano complementari in quanto opposti". Ma ogni città è un palinsesto da cancellare e su cui riscrivere in continuazione. Così, un giorno Warhol mette in valigia la sua Napoli e se la porta via, forse per sempre: al suo posto arriverà presto una nuova generazione di artisti, nuovi linguaggi e naturalmente nuove mitologie.

Quelle legate alla Transavanguardia, a Francesco Clemente e a Mimmo Paladino, a Ernesto Tatafiore e Nicola De Maria, seguendo un filo che arriva fino ai fermenti della creatività di oggi. Napoli si sceglie: come dimostrano Jimmie Durham e Pádraig Timoney, ma anche Gian Maria Tosatti, sedotto dalle atmosfere di una terrazza in Vico Santa Maria Apparente, giardino pensile che prelude allo scrigno dell’immaginifico spazio espositivo non-profit messo a disposizione da un altro artista, Corrado Folinea. Napoli si vive: nella straordinaria carica energetica di una socialità che non smette di ammaliare anche chi in città è nato, abita, crea. Come Giulia Piscitelli, che ha la sua oasi in un minuscolo negozio antiquario in via Pessina, all’altezza delle scale di San Potito, scrigno di umili e nobili tesori; o come il duo Bianco-Valente, rapito nel quartiere Montesanto da quanti fermano il tempo per due parole nella bottega di Giuseppe Russo, nato corniciaio e poi a sua volta artista, instancabile paesaggista consacratosi a un unico soggetto: sempre il solito, ancora e ancora, il Vesuvio.

Rassicurante minaccia arcaica, oggi come ieri, quel Vesuvio incarna il carattere di sublime precarietà di un luogo dove secondo Bonito Oliva "tutto viene vissuto, digerito, assorbito e finisce in una sorta di buco nero che è questa coazione all’ironia, al comico. Dove tutto diventa una battuta". Una dinamica effimera che spiega, nella sua stessa predisposizione per la teatralità più esibita, il rapporto con Warhol, l’artista cioè che più di ogni altro ha saputo raccontare il reale attraverso la sua maschera. Sintetizza Bonito Oliva: "Credo abbia confermato la sua capacità di accogliere tutto e il contrario di tutto: ed è questa la bellezza di una città come Napoli. Una città indecisa a tutto"

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