Arte & Idee

Caro ministro prossimo venturo, studi il caso della Reggia di Venaria

La scarsità di fondi per la cultura sarà il problema principale per il successore di Lorenzo Ornaghi. I beni artistici dovranno trovare nuovi modelli sostenibili. Come quello della residenza sabauda alle porte di Torino: un ex rudere diventato in pochi anni motore di economia e bellezza.

La Venaria reale fu costruita nella seconda metà del '600 da Carlo Emanuele II di Savoia

Solo sei anni fa era un rudere. Oggi è fra i cinque siti culturali più visitati d’Italia. Da quando ha aperto al pubblico, nel 2007, dopo otto anni di restauro seguiti a due secoli di abbandono, ha registrato oltre 4 milioni di visitatori per le decine di mostre d’arte, le migliaia di concerti, spettacoli, itinerari didattici, eventi legati al vino e alla cucina. Ecco perché la Venaria reale, splendida reggia alle porte di Torino, è l’esempio di come anche in tempi di crisi, nell’ambito dei beni culturali, si possano realizzare modelli virtuosi che mettano d’accordo economia e bellezza.

"Dal 2008 a oggi abbiamo sempre chiuso il bilancio in pareggio. Non è un dettaglio il fatto che i soldi arrivino grazie alla qualità dell’offerta" dice il direttore Alberto Vanelli. Per rendersene conto basterebbero le novità con cui la reggia riapre dopo la pausa invernale: dai 20 capolavori della mostra di Lorenzo Lotto che s’inaugura il 9 marzo a quella di Mattia Preti, dal 16 maggio, con dipinti di Caravaggio e Luca Giordano (entrambe a cura di Vittorio Sgarbi), fino a quella di Paolo Veronese dal prossimo 28 giugno.

Gli 80 mila metri quadrati dell’edificio monumentale sono un’esperienza plurisensoriale. Ci si muove fra storia e arte contemporanea. Suggestioni e bellezza si snodano fra gli spazi seicenteschi come la Sala di Diana o la Galleria Grande con le musiche composte ad hoc da Brian Eno. La solennità della Cappella di sant’Umberto cede il passo al trionfo delle opere settecentesche di Filippo Juvara. All’allestimento di Peter Greenaway sulla vita di corte seguono gli appartamenti della duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, fino alla nuova, restaurata, quadreria del principe Eugenio, con capi d’opera di Guido Reni, Carlo Cignani, Antoon Van Dick, Pieter Brueghel e altri fiamminghi e olandesi. Decine le opere e gli itinerari dentro e fuori dalla reggia. Con gli oltre 50 ettari di giardini, gli orti e i frutteti del "potager royal" più grande d’Italia, e con le 20 opere dell’artista Giuseppe Penone disseminate nel giardino delle sculture fluide. "Siamo un modello da imitare all’estero" dice il direttore. "Dalla Reggia di Schönbrunn ci hanno contattato per chiederci come replicare il nostro progetto. Versailles ha preso da noi l’idea di ospitare il prossimo giugno le opere di Giuseppe Penone nei giardini e nelle sale dello château".

Un miracolo nato su terra bruciata, quello di Venaria. Quando all’inizio degli anni 90 fu chiaro che la crisi della Fiat aveva spento la vocazione industriale di quel territorio, tutta la politica locale, da destra a sinistra, fu concorde nello scommettere in cultura e turismo. Fu allora che, unendo gli sforzi dei ministeri della Cultura e dell’Economia, della Regione Piemonte e dell’Unione Europea, si misero insieme le risorse per recuperare questo gioiello. Fu il più grande cantiere d’Europa nell’ambito del recupero di un bene culturale. "Da allora non si è sprecato un centesimo. Tutto il complesso costa ogni anno 15 milioni, ma solo il 55 per cento è coperto dagli enti che formano il Consorzio Venaria" ovvero Mibac, Regione Piemonte, Città di Venaria, Compagnia di San Paolo e Fondazione 1563 per l’arte e la cultura. "Il restante 45 per cento" spiega Vanelli "proviene da attività proprie" come biglietti, servizi al pubblico, bookshop, come pure location per il cinema, sponsorizzazioni e ristoranti come lo stellato Dolce stil novo creato dallo chef Alfredo Russo e ospitato all’interno del complesso della reggia. "Stiamo parlando della capacità di incamerare da soli circa 8 milioni di euro l’anno" sottolinea il direttore. Difficile allora sostenere che con la cultura non si mangia. Soprattutto se si pensa che alla fine degli anni 80 sul pil di questo territorio la cultura pesava zero e che oggi è invece fra il 12 e il 13 per cento. "Ogni euro investito nella gestione ne produce 12 di ricaduta sul territorio» calcola Vanelli. Soldi che i visitatori, provenienti anche da altre regioni d’Italia e dall’estero, spendono nei tanti esercizi commerciali e ricettivi della zona. "L’apertura del complesso ha comportato un aumento del giro d’affari per nascita di nuove imprese e la riconversione di attività commerciali votate al turismo anche per Torino e la sua provincia". Non solo, ha generato per la città di Venaria un incremento dell’occupazione di circa il 12 per cento; ha fatto aumentare il valore degli immobili del centro storico che, in molti casi, da poche centinaia di euro al metro quadrato sono saliti ai 3.300 di oggi.

Che cosa impedisce allora di applicare questo modello alle tante realtà analoghe in Italia, dalle rocche abbandonate ai siti archeologici in degrado? In molti casi si tratta di vincoli di statuto, in altri è solo colpa delle inerti amministrazioni locali. In ogni caso, una strategia verso una maggiore autonomia economica dei beni culturali sarà tema che il prossimo ministro della Cultura non potrà più esimersi dall’affrontare.

Per il 2013 il Mibac potrà contare su un budget di circa 80 milioni di euro: metà della cifra servirebbe soltanto per realizzare la Grande Brera, solo per fare un esempio, e invece il budget dovrà bastare per l’intero patrimonio italiano. Una cifra incongrua anche solo per la basilare manutenzione.

C’è di più. Il neoministro dovrà scontare un’aggravante: la cancellazione del sistema (già previsto per legge dal Codice dei beni culturali) per cui gli introiti dei musei statali dovevano essere riassegnati integralmente al ministero dei Beni culturali. Il virtuoso meccanismo è stato abolito dai sacrifici imposti dalla Finanziaria del 2008. Così oggi il ministero dell’Economia rende ai musei soltanto ciò che ritiene opportuno, se lo ritiene opportuno e nei tempi che preferisce. Non è un dettaglio tecnico. Nella prassi ha l’effetto di soffocare sul nascere l’attività dei musei, demotivando dirigenti e funzionari, di certo non incentivati a rischiare nuove formule per aumentare introiti che potrebbero anche non tornare. Difficilmente alla cultura saranno destinate ingenti somme nel prossimo futuro.

Per rimettere in sesto il patrimonio artistico si dovranno sperimentare nuovi modelli sostenibili. Confrontarsi con l’inguaribile scarsità di fondi ministeriali sarà la sfida centrale per il successore di Lorenzo Ornaghi. "Per ora non so nulla, ma mi chiuderò nel mio ufficio per una settimana a studiare": così, con infelice candore, esordiva Vincenza Bono Parrino appena eletta ministro dei Beni culturali alla fine degli anni 80, quando ancora i denari abbondavano ma il Mibac era già una poltrona di serie B, come spesso è stato nella storia recente. Ora sarebbe auspicabile un segno di discontinuità. Però, se anche il prossimo titolare non ne sapesse nulla e decidesse di impiegare solo una settimana per informarsi sullo stato dell’arte, converrebbe che facesse almeno una scappata a Venaria. Per studiarne il modello, tanto per cominciare.

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