Mike e Doug Starn: quanto piace l’arte da vivere

Arrampicarsi fra migliaia di bambù (a Roma) o buttarsi da 25 metri su una struttura fluttuante (a Milano): è la nuova frontiera della creatività. Partecipata e spaesante

Credits: Sirio Magnabosco

di Giuseppe Frangi

Per vedere una mostra di questi tempi bisogna mettere la firma. Accade a Milano all’Hangar Bicocca per la spericolata installazione di Tomás Saraceno, accade sempre a Milano, al Pac, per la mostra di Alberto Garutti. E dall’11 dicembre si deve mettere la firma anche per vedere l’atteso Big bambú che i gemelli americani Mike e Doug Starn hanno montato al Macro Testaccio a Roma. Vedere, in realtà, è un verbo ormai inadeguato: le opere sono lì per essere toccate, calpestate, annusate, vissute a 360 gradi. In una parola, chiedono di "essere interagite" dal pubblico. E la firma richiesta a quello che è difficile definire semplicemente visitatore, è la firma per la liberatoria (contro teorici incidenti).

All’Hangar Bicocca sono centinaia le persone che si mettono pazientemente in fila per sperimentare una traversata della struttura fluttuante di pellicole trasparenti tese sino a 25 metri di altezza. Ma senza di loro On space time foam , l’opera visionaria di Tomás Saraceno, non vive. Solo nel momento in cui viene abitata dai corpi dei visitatori si accende, assumendo forme fantastiche e in continuo mutamento, con fiondate di luce che arrivano a colpire lo sguardo di chi ha scelto di rimanere a terra (non possono salire i minori di 18 anni e chi pesa più di 100 chili).

Anche Big bambú, l’installazione che i gemelli Starn portano a Roma per l’edizione 2012 di Enel Contemporanea, è arte che per vivere chiede di essere vissuta. Già sperimentata in dimensioni più ridotte al Metropolitan museum di New York, aveva raccolto un successo straordinario, risultando la quarta esposizione più visitata al mondo in quell’anno. L’opera consiste in migliaia di aste in bambù legate e incastrate grazie a una squadra di agili arrampicatori che lavorano in tutta spontaneità, sotto l’occhio vigile dei due artisti. Il pubblico è chiamato a inoltrarsi dentro l’opera, sperimentando anche in questo caso il rapporto con un elemento solido e insieme flessibile e simbolicamente molto pregnante.

"La nostra opera abbraccia la vita e la sua casualità" spiegano gli artisti gemelli. "Ci piace creare interconnessioni, perché la cultura e la società sono sempre cresciute in questo modo. Ci muoviamo tutti dentro architetture invisibili che in ogni momento vengono create inconsapevolmente da ciascuno. I Big bambú sono architettura della vita".

C’è un’idea semplice dietro questi lavori: che l’arte oggi debba fare leva su tutte le capacità sensoriali delle persone e che il dispiegarsi di queste energie sia parte integrante, completamento necessario alle opere stesse. Nel caso di Alberto Garutti, le parole dette o sussurrate dal pubblico davanti alle opere vengono registrate e sono destinate a diventare, una volta montate, un’opera loro stesse.

Sono tutte idee coinvolgenti, molto nuove nelle forme che assumono, ma in fondo antiche nella sostanza. Del resto un grande pittore come Henri Matisse sognava di fare l’esperienza di mettersi in mezzo, non visto, fra un suo quadro e lo sguardo di uno spettatore. Perché è in quell’attimo che l’opera s’accende davvero di vita.

"Non sappiamo se il nostro sia un modo nuovo di fare arte" confermano i gemelli Starn. "Sappiamo di volere fare un’arte in cui essere dentro, per fare scoprire al visitatore tutte le interconnessioni che possono nascere. Così ci si può sentire anche piccoli, ma si scopre di partecipare a qualcosa di immenso". E questa certamente è un’intenzione molto poetica.

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