Mecenatismo, l'arte di donare

Il dipinto, forse di Leonardo, regalato da Caprotti all’Ambrosiana. Le 78 opere cubiste cedute al Met da Lauder. Esempi? Gesti isolati? Un intellettuale e critico invita a condividere il bello. Bene di tutti

Credits: Ufficio Stampa

di Philippe Daverio

Tanti anni fa, eravamo ancora nel secolo XX, venne posta in vendita a Ginevra all’asta la più importante e discreta, discreta nel senso della notorietà e non ovviamente della qualità, collezione di vetri inizio Novecento che allora ci fosse in Italia. Uno dei mercanti americani più noti, per quanto ghiottamente interessato ad acquistare, non riuscì a esimersi dal chiedermi i motivi della vendita. Il venditore notoriamente era ben provvisto economicamente. Per l’americano la vendita era inspiegabile: mi chiese perché non aveva il fortunato venditore deciso di regalare la collezione alla sua città, visto che sembrava non volerla lasciare agli eredi. Anzi aggiunse l’ingenuo: "In fondo lui deve molto alla sua città".

In questo rapporto fra la fortuna che la vita ha talvolta offerto, l’affetto alla comunità d’appartenenza e un certo senso di fierezza dei risultati ottenuti col lavoro stavano per il mio conoscente yankee i motivi automatici d’una relazione naturale fra i collezionisti e la società d’appartenenza. E in realtà poco sbagliava il brav’uomo. Gli atti di mecenatismo sono nati proprio dalle parti nostre, con quel Gaio Cilnio Mecenate che sosteneva le arti negli anni di Augusto. Tutte le figure dei finanziatori di pale d’altare o di affreschi del nostro primo Rinascimento appartengono a quella categoria. E non ci sarebbe a Padova la Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto se Enrico Scrovegni, raffigurato a sinistra della Croce mentre consegna la fabbrica donata agli angeli, non avesse messo mano alla sua ricca borsa. L’abitudine a partecipare era sulla nostra penisola talmente ancorata che nel 1459 Papa Pio II, il colto e poetico Enea Silvio Piccolomini, istituì su richiesta di Francesco Sforza la Festa del perdono per chi contribuiva da Mecenate moderno alla costruzione della Ca’ Granda a Milano, il più vasto ospedale allora della cristianità. La bolla papale garantiva una certa quota di remissione di peccati a chi contribuiva.

È legittimo quindi sostenere che la tradizione delle donazioni pubbliche è tradizione peninsulare e innegabilmente Milano l’ha coltivata, visto che sia l’acquisto del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo dopo la Prima guerra mondiale che quello della Pietà Rondanini dopo la Seconda sono avvenuti per sottoscrizioni presso i privati cittadini. E allora già non si parlava più d’indulgenza ma stava crescendo una coscienza civica, ch’era quella che spinse la vedova del naturalista Marco De Marchi a donare alla città il palazzo di via Borgonuovo per porvi il Museo del Risorgimento e il commendatore Antonio Bernocchi a finanziare la costruzione del Palazzo della Triennale progettato da Giovanni Muzio. E non si parlava allora ancora di possibili detassazioni. Trattavasi di pure liberalità, e tuttora la questione è rimasta a quel punto, poiché in realtà ancora oggi la detassazione delle donazioni è materia assai incerta, sicché chi regala opere d’arte alla collettività rientra tuttora nella categoria dei benemeriti, e dei benemeriti soltanto.

Diverso ovviamente è il caso delle sponsorizzazioni, poiché quelle entrano a far parte della categoria delle spese di comunicazione che le aziende hanno il diritto di mettere fra i costi. La donazione è un gesto privato, in Italia almeno, la sponsorizzazione un possibile costo aziendale. Bernardino Caprotti ha in questi anni fatto l’uno e l’altro. Quando avvenne il criminale disastro delle bombe che distrussero il Padiglione d’arte contemporanea di via Palestro nel 1993, fu lui con la Esselunga a pagarne la ricostruzione. Quella era in teoria sponsorizzazione, ma solo in teoria, poiché lo striscione che ricordava la donazione fu rimosso durante le celebrazioni degli anni successivi per evitare che fosse visto in televisione.

Ora dona all’Ambrosiana quell’affascinante Cristo dipinto da Gian Giacomo Caprotti detto Salaì, col quale condivide il cognome. Questo Salaì era brianzolo come il Caprotti d’oggi e fu l’allievo prediletto di Leonardo, talmente amato dal maestro che sorge un dubbio sconcertante, e cioè che lui sia solo il soggetto dipinto e che l’autore sia lo stesso Leonardo. In questo caso la scritta in basso al quadro non sarebbe una firma ma una dedica. Caso interessante che farà discutere nei prossimi anni e che permetterà all’opera d’andarsi a collocare nella prestigiosa collezione iniziata dal cardinal Federico Borromeo, vicino al ritratto di musico altrettanto enigmatico.

E mentre al Met di New York arrivano 78 opere cubiste donate da Leonard A. Lauder, l’interessante e duplice caso Caprotti riapre una discussione di storia dell’arte ma anche un possibile quesito sul futuro delle arti in Italia. Nella recente campagna elettorale poco o nulla s’è sentito parlare di questioni relative ai beni culturali, meno ancora s’è parlato di partecipazione, di fondazioni, di volontariato. Perché c’è chi ha la fortuna di possedere mezzi economici e chi partecipa donando il proprio lavoro. Ciascuno secondo le proprie possibilità. Certo è pure che lo Stato post unitario prima e la Repubblica poi hanno faticato a ridare vita all’antica tradizione del mecenatismo rinascimentale. E oggi con l’aria che tira nei conti pubblici la partecipazione privata potrebbe corrispondere alla rinascita d’una coesione sociale che non farebbe affatto male al Paese. Ma è forse proprio per questo motivo che la politica sembra sorda. Mi dimenticavo un dato non affatto marginale: Caprotti, quello dell’Esselunga s’intende, non quello del Cinquecento, è per metà lombardo e per metà alsaziano francese, si è formato negli Stati Uniti dove era andato a studiare le fabbriche tessili come era quella di famiglia e dove invece grazie ai Rockefeller scoprì l’utile funzione dei supermercati, parla correntemente le tre lingue corrispondenti alla sua biografia ed è quindi un essere umano atipico nell’Italia d’oggi, quella che recenti forze politiche vedrebbero volentieri isolarsi dall’Europa e dalla sua moneta.

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