Antonello: da Messina al resto del mondo

La pittura fiamminga e quella valenciana, fino all’incontro con Piero della Francesca. In mostra al Mart di Rovereto.

Giuseppe Frangi

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Antonello contro Antonello. A distanza di appena 7 anni, una delle star del nostro Quattrocento torna protagonista di una grande mostra. Una prossimità cronologica che certo incuriosisce, visto che per rintracciare un’altra rassegna dedicata al genio messinese bisogna risalire al 1953, anno della leggendaria esposizione allestita a Venezia da Carlo Scarpa. Ma la mostra di Roma 2006 e questa che si apre il 5 ottobre al Mart di Rovereto (Trento) non sono soltanto molto diverse per impostazione. È profondamente diverso, soprattutto, l’Antonello che ne esce.

Basta mettere a paragone gli elenchi delle opere esposte per rendersene conto. A Roma Antonello da Messina era presenza assolutamente egemone, al Mart invece dialoga con tante figure rappresentative dei suoi anni, compresi grandi come Jan Van Eyck e Jean Fouquet. A Roma era prevalsa l’idea dell’artista che nasce da se stesso, genio e quindi un po’ feticcio; la nuova mostra invece rilancia l’immagine di un artista nato dentro un crogiuolo straordinario di relazioni, che vanno dalla pittura fiamminga, passando per gli influssi valenciani e borgognoni, sino all’incontro con la rivoluzionaria visione introdotta da Piero della Francesca. È l’Antonello nato dalle intuizioni e dagli studi del più grande storico dell’arte del Novecento, Roberto Longhi: cioè l’artista che meglio sintetizza la civiltà della circolazione mediterranea. Non a caso come curatore è arrivato Ferdinando Bologna, grande storico dell’arte, che era stato collaboratore di Longhi e che ha accettato la sfida con entusiasmo ed energia, a dispetto dei suoi 88 anni. Insieme a lui, a firmare la mostra, c’è un altro studioso di cultura longhiana, Federico De Melis. In catalogo, anziché il consueto saggio, ci sarà una sua lunga intervista a Ferdinando Bologna. Il titolo è molto indicativo: Antonello e gli altri.

«Antonello è un pittore congiunturale» sottolinea De Melis. «Per questo il percorso della mostra si annuncia multistrato, ricco di incroci, con tante opere che vogliono documentare gli scambi da cui Antonello ha tratto linfa per dar vita alla sua meravigliosa poetica». Si approfondiscono i contatti determinanti degli inizi palermitani, città di cultura internazionale, come dimostra lo straordinario Trionfo della morte oggi a Palazzo Abatellis; si scoprono le correlazioni con un grande artista mediterraneo come il Maestro di San Giovanni da Capestrano, presente in mostra con uno straordinario Sant’Antonio. Non manca un riferimento a Piero evocato da un Ritratto di Alfonso d’Aragona, probabile replica di un originale perduto del genio di Borgo Sansepolcro: proprio a Napoli, secondo Bologna, potrebbe esserci stato l’incontro tra lui e Antonello. Resta poi aperta un’altra domanda: perché una mostra d’arte antica in un museo a vocazione contemporanea come il Mart? «Sentivo il bisogno di creare qualcosa attorno a un’icona» spiega la direttrice Cristiana Collu. «E l’icona è l’Annunciata di Antonello, in mostra come anche l’Annunciazione di Siracusa. È un volto inafferrabile, nel quale troviamo un lato ignoto di noi stessi. Quindi un volto contemporaneo».

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