Arte & Idee

Siete mai entrati in un’opera di Pollock?

Un restauro destinato a gettare nuova luce sul padre dell’Action painting

Firenze, 26 Gennaiio, 2015 Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro Fortezza da Basso: Luciano Pensabene Buemi, conservatore e restauratore del Guggenheim Museum e Francesca Betteni, restauratrice del settore 'Dipinti' dell'Opificio lavorano al restauro di 'Alchimia' opera del 1947 di Jackson Pollock. Foto: ©Franco Origlia per Panorama

Luciano Pensabene Buemi, conservatore della Collezione Guggenheim di Venezia, e Francesca Bettini, restauratrice dell'Opificio delle Pietre dure di Firenze, al lavoro su 'Alchemy' di Jackson Pollock. – Credits: ©Franco Origlia per Panorama

Chi all’inizio degli anni Quaranta fosse entrato nel Guggenheim museum di New York non avrebbe certo fatto caso a quell’anonimo custode dalla calvizie incipiente. Pochi anni più tardi, però, il volto di quel guardiano sarebbe comparso sui giornali di mezzo mondo. Era Jackson Pollock, il padre dell’Action painting, un terremoto creativo il cui epicentro sarebbe stato Alchemy: il capolavoro che ha rivoluzionato l’arte del Novecento, e che adesso si potrà vedere come mai si era visto prima.

Quell’opera-icona del 1947, infatti, sarà esposta dopo un epocale lavoro di restauro, un delicatissimo intervento di studio e conservazione che Panorama ha potuto vedere in anteprima e i cui esiti sono destinati a far riscrivere più di qualche riga sui manuali di storia dell’arte. Per vedere l’opera in pubblico bisognerà aspettare il 14 febbraio, quando nella mostra Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia, alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, sarà esposta in un allestimento innovativo che ne svelerà ogni segreto. Quando Panorama la incontra, invece, a pochi giorni alla fine dei lavori, Alchemy è ancora stesa su un tavolo dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, l’istituto dove è stato condotto il lavoro di restauro, e dove l’opera è rimasta per circa un anno.

Vista così, in orizzontale, è più o meno come la vedeva l’artista mentre ci lavorava, trasformata in una sorta di palcoscenico magico. E guardarla oggi equivale a fare un viaggio in uno dei momenti cruciali della storia dell’arte. Alchemy è il dipinto con cui Pollock inventa il dripping, il nuovo modo di mettere il colore direttamente sulla tela. Niente più pennello e cavalletto, l’artista usa bastoncini e siringhe per schizzare il colore, lo rovescia dai barattoli, lo spreme dal tubetto. La linea cambia mentre il colore sgocciola sulla superficie poggiata sul pavimento, forma riccioli, pozze, bolle.

A New York i primi dripping sono uno choc per critica e pubblico. Si parla di un nuovo modo di fare arte. La superficie pittorica diventa «l’inconsapevole proiezione del mondo interiore dell’artista». Da quel momento la fortuna di Pollock è inarrestabile. Egli diventa il più ambito da collezionisti e musei. Entra nell’Olimpo dei mostri sacri dell’arte, fa ingresso in un mito che esercita influenza su intere generazioni di pittori, e acquisisce un valore monetario che s’incrementerà ben oltre la sua morte (il suo quadro no.5, del 1948, è stato fino a pochi anni fa il più costoso al mondo, venduto nel 2006 per 140 milioni di dollari).

Ma un successo tale non sarebbe stato possibile senza lo zampino di Peggy Guggenheim. È la geniale collezionista a scoprire il talento di Pollock. Peggy gli offre uno stipendio fisso per «occuparsi solo di dipingere», gli permette di lasciare l’impiego da custode nel museo, lo fa esporre nella sua galleria di New York, lo lancia sul mercato, dona pezzi della sua collezione ai più importanti musei del pianeta. Ma tiene per sé le opere più belle. Così, appena vede Alchemy le affida un posto d’onore: al centro del suo salotto di casa. Ed è lì che il capolavoro è rimasto fino agli anni Ottanta, quando è passato in una teca protettiva nel museo della collezione sul Canal Grande.

«Oltre 30 anni di fumo e polvere in casa di Peggy ne avevano impoverito la leggibilità. Adesso quello strato che la copriva è stato finalmente eliminato» spiega orgogliosamente Luciano Pensabene Buemi, il conservatore della Collezione Peggy Guggenheim che insieme con Francesca Bettini, restauratrice dell’Opificio delle pietre dure, ci accoglie a Firenze. Sono loro ad aver coordinato il lavoro d’indagine ed eseguito quello di conservazione. «In passato poteva sembrare un’opera caotica, fatta solo di schizzi e colate casuali. Ma la pulitura ha permesso di vedere un preciso ordine compositivo».

Non è una rivelazione da poco. Pensabene mostra Alchemy con il microscopio ad alto ingrandimento: «Ci si accorge che Pollock ha diretto l’opera come un direttore d’orchestra fa con i suoi elementi». Concorda Bettini: «Nel dipinto si notano contrappunti e simmetrie. In un’opera così grande sarebbe stato impossibile ottenerle in modo del tutto incontrollato». Un perfetto connubio d’istinto e razionalità, insomma, non soltanto «automatismo e pulsioni», come spesso si è scritto. Resteranno delusi gli amanti delle suggestioni romantiche. Ma la scoperta non può che aumentare la considerazione del talento artistico di Pollock.

Intriso di Jung e sciamanesimo, il pittore indagava senz’altro le pratiche per esprimere l’inconscio, ma allo stesso tempo aveva ben chiara l’architettura generale del dipinto: «Ogni dettaglio è stato meditato, intenzionale, calcolato » aggiunge Bettini. Una scoperta che conferma le più sottili intuizioni di Clement Greenberg, il critico più vicino a Pollock, e avalla le osservazioni di quanti avevano suggerito che la sua pittura si potesse studiare applicando la teoria dei frattali.

Le foto che documentano la nascita di quel capolavoro sono le uniche in cui Pollock sorride. In quelle immagini, che pure saranno in mostra, si vede Alchemy fissata su un’armatura di legno: «Era il telaio da ricamo della madre. Si pensava fosse scomparso. Invece un mese fa è stato ritrovato in uno scantinato della fondazione Pollock a Long Island. Così abbiamo potuto studiare anche quello». Non è un dettaglio feticistico: su quel legno ci sono gli stessi schizzi che compaiono sulla tela. Usarli come campioni ha permesso ai restauratori di fare ulteriori analisi senza rischiare di danneggiare il dipinto. Ora sapremo tutto di quei colori.

«I critici parlavano di un dipinto dal generale aspetto nero-argento. Era talmente incupito che i toni brillanti non si vedevano più. Invece abbiamo trovato una palette di 19 colori» spiega Pensabene. Colori che Pollock usava senza parsimonia: l’opera contiene «4,6 chili di materia pittorica», un’enormità se si pensa che la grande Pala di San Marco del Beato Angelico (per citare un’altra opera che è in restauro all’Opificio) misura circa il doppio e ne conta quasi 350 grammi.

È grazie a tutta questa materia se Alchemy è un groviglio di linee spesse anche mezzo centimetro, avviluppate come montagne russe. In mostra la tela sarà esposta eccezionalmente senza teca protettiva proprio per offrire l’esatta lettura della superficie tridimensionale. Non solo. «Quei rilievi diventeranno tattili grazie a una copia identica stampata in 3d» anticipa Pensabene. «E diverranno anche abitabili, o scalabili, grazie a un’applicazione digitale che permetterà al visitatore d’ingrandire singoli dettagli e di avere l’impressione di entrarvi».

C’è una favola dell’inglese James Mayhew dove una ragazzina si annoia in un museo prima di scoprire che può fisicamente mettere piede in un dipinto e trovarvi un mondo meraviglioso. A Venezia potranno provare la stessa esperienza tutti gli spettatori di questa straordinaria mostra (curata da Luciano Pensabene Buemi e Roberto Bellucci; fino al 6 aprile): la prima di un articolato progetto espositivo con cui la Collezione Peggy Guggenheim intende nel 2015 rendere omaggio a Jackson Pollock e al fratello Charles. Un ciclo essenziale, come questo restauro, per capire, anche nei suoi aspetti più inediti, il mito fondante della pittura del Novecento.


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