Arte & Idee

Elizabeth, femminista a sua insaputa

Fu bestsellerista poi dimenticata. Oggi la von Arnim torna alla ribalta. Perché insegna a essere libere e consapevoli

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Quando nel 1899 uscì il suo primo libro, Il giardino di Elizabeth, le molte sterline che le 21 edizioni produssero finirono dritte nelle tasche del marito, il conte tedesco Henning August von Arnim. Il libro era firmato da un’anonima Elizabeth, nome molto comune all’epoca. Tempi, quelli, in cui le donne erano giuridicamente trasparenti, indegne di uno status di legge, tollerate nella loro esuberanza creativa purché «non esistenti». Centotredici anni dopo Elizabeth von Arnim si prende una maestosa rivincita su quella trasparenza imposta. E se allora fu una bestsellerista senza identità, oggi lo è per riconosciuta maestà letteraria.

Dopo la febbre per Jane Austen, l’innamoramento collettivo per la sofisticata dea della parola Virginia Woolf, il passaparola ha infatti dato resurrezione alla scrittrice finita nel dimenticatoio fino a un decennio fa. Per la casa editrice italiana, la Bollati Boringhieri, che ogni anno pubblica un suo titolo, la von Arnim è quello che Georges Simenon è per Adelphi o Andrea Camilleri per Sellerio: un infinito fiume di entrate. Gli ultimi romanzi hanno avuto numerose ristampe e tra le autrici in catalogo è quella che ha venduto di più (oltre le 100 mila copie). Il titolo più noto è Un incantevole aprile, imperdibile lettura per qualsiasi donna che voglia capirne di più (di sé, degli uomini, del senso del vivere), volato nelle vendite anche grazie ai due film tratti, il primo nel 1935, il secondo nel 1992.

Elizabeth von Arnim è genialmente ironica, ferocemente leggera, spietatamente descrittiva del mondo a lei familiare: la buona società a cavallo dei due secoli. Per lei la vita non è mai un affare così serio da farne un dramma, meglio convertirlo in commedia, piangere e ridere insieme, fingere di stare in superficie sapendo cosa si muove nelle profondità. E se per Virginia Woolf ogni donna necessita di una stanza propria (in senso lato, anche), per la von Arnim la panacea del vivere è il giardino. Pagine e pagine sul godimento che arriva da una fioritura o dall’improvviso disvelamento di una pianta, dal verde trasformista, da cieli volubili. Il piacere di una ricchezza non pecuniaria. Per contrappunto, ogni suo romanzo opera uno sbriciolamento lento e inclemente di quei riti sociali (ipocrisia inclusa) che lei stessa tanto alimentava con i suoi inviti, le feste, i viaggi.

La signora infatti si sposò due volte passando dal conte von Arnim al duca John Francis Russell, fratello maggiore di Bertrand Russell, il filosofo. Cinque figli dal primo marito, quattro femmine e finalmente il maschio che arrivò come una benedizione per Elizabeth, provata dalle voglie di lui di un erede maschio.

Gli infelici matrimoni (perché anche con Russell andò male) spiegano i molti uomini dei suoi romanzi prepotenti, oppressivi, egoisti, egoriferiti, stolti da meritare il dileggio. Nei 74 anni compresi fra il 1866, data di nascita in Australia da genitori inglesi, e il 1941, anno della morte negli Stati Uniti, per la von Arnim la vita fu un romanzo. Cugina di Katherine Mansfield, amica di Virginia Woolf, frequentò l’intellighentia dell’epoca (i precettori delle figlie furono E.M. Forster e Hugh Walpole). Cambiò nazione, viaggiò, sperimentò l’indipendenza in tempi di sottomissione femminile. Carina, minuta, piaceva agli uomini; qualcuno di loro fu incantato dall’ironia esplosiva e dall’audacia del pensiero. Come H.G. Wells che la definì «la donna più intelligente dell’epoca», giudizio a cui forse occorre fare la tara per onestà intellettuale visto che i due finirono a letto. Di amanti la von Arnim ne collezionò alcuni, l’ultimo di 26 anni più giovane di lei, quando ormai era libera da ingombranti e blasonati consorti.

Che sia la voglia di evasione a giustificare il successo editoriale della von Arnim? Non scherziamo: la signora in questione ha stile da vendere, ha nel linguaggio una sua modernità; soprattutto riporta a un mondo dove tutto è codificato e dunque rassicurante. Non la società liquida di oggi, basculante, incerta. Su quel mondo però la von Arnim non è appiattita né lo celebra con rimpianto doloroso come fecero della borghesia in estinzione prima Thomas Mann (I Buddenbrook) e poi Sándor Márai (Le braci). Lo racconta e basta, con quell’ironia spregiudicata che la fa vibrare a 113 anni di distanza.

Non c’è in questa «febbre von Arnim» neppure una clamorosa regressione culturale a modelli di donna devota all’uomo in sfregio a tutte le femministe, a meno che si voglia forzarne la lettura quando la scrittrice parla della moglie «come un ferro da stiro che spiana le grinze» della vita del coniuge. La von Arnim fu semplicemente una donna più avanti del suo tempo, perché dietro le mentite sofisticate spoglie di una sacerdotessa del giardinaggio e della maternità ricorda che le emozioni sono tante. Intona l’inno alla solitudine (necessaria), suona le corde dell’amicizia femminile (preziosa) e prepara la sinfonia alle future femministe sostenendo che la libertà regala emozioni stordenti.

Così, i suoi 21 romanzi sono un inaspettato post-it alle donne di oggi: «Ricordatevi di amare, ragazze» sembra dirci «senza annullarvi, però. Scegliendo». Nell’ultimo titolo arrivato in libreria Il circolo delle ingrate (uno dei migliori), la protagonista getta le braccia al collo dell’amato: «... con quell’unico gesto gli consegnò se stessa e il suo futuro, ammainò per sempre la bandiera dell’indipendenza». Ma lo aveva deciso lei.

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