Com’è lontana la Cina da Londra

La rassegna sulla pittura cinese al Victoria & Albert Museum mostra gli equivoci del nostro sguardo occidentale.

La mostra sull'arte cinese al Victoria & Albert Museum di Londra – Credits: Ufficio Stampa

Stefano Pirovano

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Il motivo per cui il Victoria&Albert museum di Londra ha deciso di raccontare l’evoluzione della pittura cinese dal 1700 al 1900 (Masterpieces of Chinese paintings, fino al 19 gennaio) potrebbe stare tutto in un dato economico. Come ha ricordato il New York Times, quello del Dragone è diventato negli ultimi tre anni il primo mercato artistico al mondo, con un incremento che in un decennio ha fatto segnare uno sbalorditivo più 900 per cento. Segnali di un’economia che è entrata in una nuova fase di benessere? Il problema sta nel fatto che la storiografia dell’arte cinese è considerata lacunosa e poco affidabile. Cercare di colmare questo vuoto è stato dunque il primo obiettivo del V&A.

Si parte delle origini, quando i dipinti erano eseguiti su tela da artisti anonimi, ed erano per la maggior parte oggetti devozionali prodotti nel Dunhang, cioè lontano dal potere della dinastia Tang, avversa al buddismo. È questo il preludio buio e intricato che precede la scoperta della realtà, al centro della scena dalla metà del X secolo fino alla metà del XIII: montagne simili a enormi denti, pacifici corsi d’acqua, alberi e animali, ma anche pescatori e viaggiatori, sempre minuscoli rispetto alla magnificenza della natura. Chi ha visitato la famosa Huang Shan (la Montagna Gialla), nell’Anhui, capirà che anche le più ardite rappresentazioni sono plausibili.

La fase successiva dura fino al 1400 ed è caratterizzata dalla scoperta della solitudine dell’artista. Un gruppo di monaci, lontani dagli uffici pubblici ora occupati dalla dinastia mongola degli Yuan, sviluppano una fondamentale integrazione fra pittura, calligrafia e poesia. In sostanza, il letterato, abile nello scrivere, esercita la sua maestria anche nel corredare di immagini il contenuto dei suoi scritti. È poi il momento della dinastia Ming, che inizialmente garantisce una stabilità (favorendo arti e sviluppo sociale) che presto diventa però il muro invalicabile della conservazione.

Quella che ad alcuni potrebbe sembrare una superiorità culturale rispetto all’Occidente si trasforma rapidamente in un debito destinato ad aggravarsi fino a Mao Zedong. Dal 1600 al XXI secolo, infatti, i pittori competono più con il passato che con il futuro. Calligrafia, letteratura e pittura continuano a essere considerati un unicum, ben rappresentati nell’ultima sezione della mostra al V&A.

Il viaggio finisce qui, e si può tornare dove eravamo partiti, cioè agli aspetti del mercato. Se è vero che le aste hanno registrato un boom, va anche considerato che negli ultimi tre anni metà delle opere cinesi vendute in asta per valori superiori a 1,5 milioni di dollari non sono mai state pagate. Il celebre capolavoro di Qi Baishi, maestro del Novecento cinese, battuto in asta nel maggio del 2011 per 64,5 milioni di dollari, giace ancora nei magazzini perché il compratore ne ha messo in discussione l’autenticità.

La Cina è anche questo insieme di contraddizioni. E il fatto che la maggior parte delle opere in mostra al V&A venga da prestatori europei o statunitensi è un’altra cosa su cui riflettere. La mostra del V&A risponde a parametri storiografici occidentali, tuttavia non bisogna dimenticare che la Cina è anche un mondo in cui una copia, se di mano umana, può avere la stessa dignità artistica dell’originale. I criteri di mercato cui siamo abituati noi, insomma, non è detto che valgano anche in Oriente.

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