Biennale di Venezia, Paolo Baratta: "Dobbiamo tutti ripartire dall'utopia"

Intervista al presidente: "Gli artisti non sono decoratori di mondi, sono creatori di mondi"

Credits: Ansa

Maddalena Bonaccorso

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"La Biennale è un sasso nello stagno. Un luogo di dialogo che trasmette al mondo un forte senso di autonomia e libertà. E così facendo del mondo ottiene la fiducia": Paolo Baratta esulta per un’edizione che si preannuncia da record, fosse solo per la new entry della Santa sede, che per la prima volta ha un suo padiglione.

Presidente, il titolo di quest’anno è il "Palazzo enciclopedico". Anacronistico? 
No, anzi. È importante, nell’arte, partire da un’utopia. L’artista, creando, realizza una sua ossessione, l’ansia di creare un mondo suo, omnicomprensivo. L’ansia di avere una cosmogonia. Gli artisti non sono decoratori di mondi, sono creatori di mondi.

Anche nella realtà contemporanea dell’immagine vale tutto ciò?
Certamente. Noi tutti, oggi, siamo travolti dalle immagini, quindi ancora di più il ruolo dell’artista non è quello di raccogliere tutto, di recepire tutti gli stimoli, ma di selezionare, di fare metaforicamente un tunnel nella realtà e spuntare dall’altra parte.

Lei per questa edizione ha scelto come curatore Massimiliano Gioni. Scelta coraggiosa, che però ha diviso il mondo dell’arte. Come mai ha scelto lui?
Perché sente forte l’appartenenza all’universo dell’artista. Fra le opere alla Biennale non si rilevano le colleganze stilistiche, ma quelle di relazione, che riguardano la genesi dell’opera. Non ci interessa tanto l’analisi stilistica, quanto invece l’analisi delle energie che rendono l’arte vitale. Gioni si è preso il compito di ricercare la profondità della creazione.

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