Biennale di Venezia, al Palazzo di Gioni manca la porta d'ingresso

Una mostra ben congegnata che però lascia deluso chi cerca una chiave concreta

Credits: Alberto Bevilacqua

Stefano Pirovano

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Re dei curatori o intellettuale light? Riguardo a Massimiliano Gioni, quel che si vede con chiarezza visitando il "suo" Palazzo enciclopedico alla 55esima Biennale di Venezia è che in lui le abilità del curatore di mostre e quelle dell’intellettuale non sono allo stesso livello. Il primo ha prodotto un capolavoro in termini di piacevolezza dello sguardo e del bello oggettivo: allestimento e opere raramente hanno trovato un’armonia così perfetta in mostre di questo tipo, e alla fine poco importa se gli artisti outsider disseminati lungo il percorso siano veramente tali oppure no. Così come il giocatore di tennis di solito gioca meglio quando l’avversario è molto più forte di lui, allo stesso modo le loro quotazioni si alzano al fianco dei grandi calibri. Riguardo alla parte intellettuale, invece, le cose vanno diversamente, e per capirlo basta leggere il passaggio chiave del breve testo che Gioni scrive per il catalogo: "È una mostra sulla conoscenza, sul desiderio di sapere tutto e vedere tutto, e sul punto in cui il desiderio si trasforma in ossessione e paranoia. Pertanto, è anche una mostra sull’impossibilità di sapere, sul fallimento di una conoscenza totale e sulla malinconia che ci travolge di fronte all’evidente constatazione che i nostri sforzi saranno inutili".

Bene, ma a questo punto uno vorrebbe anche sapere il perché di cotanto tema; perché, per esempio, includere proprio Marino Auriti e non un altro degli infiniti "errori" di cui tutte le epoche sono portatrici. Purtroppo un vero perché non arriva mai. Forse non c’è, oppure non lo si può dire. Al suo posto emerge invece un dilemma interiore, probabilmente del tutto personale: a chi appartiene davvero questa assurda volontà di sapere tutto? A chi la malinconia? A chi la furba e un po’ trita idea di ossessione? Forse la risposta è nella domanda che dà il titolo al testo in questione, prudente in quanto domanda, ma di un’inquietante superbia intellettuale: È tutto nella mia testa?

Anche il protagonista del Museo dell’innocenza, del nobel turco Orhan Pamuk, alla fine del racconto dice chiaramente il motivo per cui decide di destinare a un museo le centinaia di oggetti che ha ossessivamente raccolto durante la sua storia d’amore con la bella Füsum. Vuole semplicemente che il mondo conosca la grandezza di questo amore. Al Palazzo enciclopedico, invece, manca la porta d’ingresso.

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