Arte & Idee

Baselitz: "Sto in Italia per non suicidarmi"

Alla vigilia della sua mostra parigina, parla il grande artista che ha scelto la Liguria come rifugio dell’anima

Georg Baselitz

Lucia Scajola

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Èuno dei maggiori pittori viventi, conosciuto, per lo più, per due elementi: i suoi ossessivi quadri capovolti, la sua difficile ruvidità caratteriale che gli è valsa pure il soprannome di "Brutalinski".

Georg Baselitz (nato Hans Georg Kern), invece, alla vigilia della sua importante mostra parigina si presenta elegante sul cantiere del Museo d’arte moderna, indossando, oltre all’ormai iconico cappello nero, due vesti meno ovvie: quella di scultore definitivamente affermato e quella di artista paziente e ironico, ermetico sì, ma tutt’altro che burbero.

Il 30 settembre s’inaugura "Baselitz sculpteur", 40 opere che ripercorrono i suoi trent’anni di scultura: ha posato il pennello? No, le due dimensioni sopravvivono parallele e non si sovrappongono. La scultura è altra cosa dalla pittura, è estrema.

Di solito, infatti, il pittore non scolpisce e se lo fa è molto più violento che sulla tela, come nel caso di Pablo Picasso nella sua Donna col vaso: una scultura mostruosa, molto più forte di altre sue opere.

La sua di scultura è stata estrema fin da subito: nel 1980, quando debuttò con "Modello per una scultura", scandalizzò il pubblico della Biennale di Venezia. Nessuno capì l’opera: voleva essere un appello alla coscienza, invece venne giudicata orrenda, fu pure accostata a Hitler e Mussolini. E dire che ci avevo messo anni per trovare una strada originale rispetto allo stile iperminimalista di Carl Andre e Richard Serra, che non mi piaceva. Cercavo qualcosa di forte e provocatorio com’era stato, con i dipinti al rovescio, per la pittura. Ho delineato così il mio percorso lungo le due matrici del legno e dell’arte popolare.

Bisogna aggiungere quella della "bruttezza" o dello "schifo", come lo chiama lei. Tutta la sua opera è caratterizzata dalla deturpazione della figura. Perché? Mi porto dietro il passato, sempre. Come tutti i tedeschi. Come tutta la Germania. C’è un motivo se il nostro paese dalla Seconda guerra mondiale ha tolto alla Francia il dominio nelle arti, poi passato all’America. È il nostro passato. La guerra noi ce la ritroviamo ancora, ogni settimana, negli articoli dello Spiegel. È in ogni opera artistica. Salta fuori sempre. Non si parla che di questo. E in più, in me, si aggiunge il trauma del crollo del Muro: quello di un ragazzo cresciuto nella Germania dell’Est, scioccato, all’improvviso, da un mondo altro.

Le sue ultime opere sembrerebbero un po’ meno negative delle prime: oggi è più sereno? Non so se dipenda da questo. È vero che sono stato un giovane artista e come ogni giovane artista, all’inizio, cercavo qualcosa di nuovo, che colpisse.

Il mio primo quadro del 1963, La grande notte nel secchio, era una vera porcheria e fece scandalo (ritraeva un bambino nell’atto di masturbarsi, ndr). Tutti gli artisti cominciano con un grande scandalo: fu così per Paul Cézanne, Lucas Cranach e anche per me. L’ultimo è Damien Hirst. Da giovane cerchi la provocazione, poi i giornali arrivano e scrivono, il pubblico ci fa l’abitudine e quello che ci resta è sperare di non cadere in basso.

È uno degli artisti più quotati del mondo: si trova bene fra i meccanismi del mercato dell’arte contemporanea?
L’arte è un valore finanziario che viene manipolato fin dai tempi di Rembrandt. È un fatto, inutile negarlo. Che la si tratti come un prodotto contribuisce, casomai, a inserirla a tutti gli effetti nella vita reale. Anche per questo assistiamo oggi all’ascesa degli artisti cinesi.

Le piacciono?
L’arte è italiana, americana, tedesca e francese. Poi basta. Gli artisti cinesi di oggi, fra l’altro, non si rifanno alla loro tradizione bensì alla nostra. Non gli basta più avere solo le auto per emulare l’Occidente, ora vogliono anche i quadri. Ha detto più volte che la scultura è un atto violento e aggressivo. Oggi per me è soprattutto un enorme sforzo fisico.

Ho 73 anni e lavoro con la motosega, senza un assistente. Per fortuna, impiego solo un mese a portare a termine l’opera. La fase preparatoria più lunga è quella del reperimento del legno.

Come lo sceglie?
Semplicemente in base a quello che si riesce a trovare. I fornitori cui mi rivolgo mi telefonano se hanno del buon materiale. Il mio preferito è il cedro del Libano, che ha un tronco molto largo e che in Germania non si trova perché è una specie protetta. Quello delle ultime sculture, infatti, me l’ha procurato la segheria Folgheri, vicino a Imperia, dove ho il mio laboratorio.

"Volk Ding Zero" e "Dunklung Nachtung Amung Ding" sono i titoli nonsense delle due ultime opere monumentali. Cosa rappresentano?
S’ispirano a delle iconografie di Cristo sofferente dell’arte popolare polacca, ma in realtà sono due autoritratti: io, gigante, seduto e pensante. Al posto dell’iconografica scritta "Inri", sulla sua testa, c’è la parola "Zero".

Un messaggio nichilista?
Oh sì. C’è una profonda teoria filosofica dietro questo cappellino. La vuole sapere? Un giorno sono stato nel mio colorificio di fiducia, che si chiama Zero, a chiedere se mi vendevano uno dei loro caschetti da lavoro e loro me ne hanno regalato una cassa intera, perché il negozio stava fallendo. Ecco qui. E non mi chiede, invece, perché nelle due opere mi sono vestito tutto di azzurro? Una volta, tanti anni fa, incontrai a Berlino una donna turca, incinta, con un abito di quel colore. Mi spiegò che nella cultura mediorientale l’azzurro allontana il malocchio. Già che ci sono, mi proteggo. Le attribuiscono citazioni dal Medioevo tedesco, dal Manierismo italiano, dall’arte africana, dal Futurismo, dall’Espressionismo...

Baselitz è trasversale?
Dirò una cosa impopolare: sono scettico riguardo all’idea di multiculturalismo. Sono un tedesco e resto tedesco rispetto a qualunque arte decida di accostare. Quando Picasso faceva arte nera, non era Picasso contaminato dall’arte nera, ma solo Picasso che faceva dell’arte nera. Ai miei grandi autoritratti, per esempio, ho aggiunto un grande pene come quello delle opere di Marino Marini che ho visto a Venezia. Non si può certo dire che io sia diventato italiano: sono solo Baselitz che ha aggiunto un grande pene alla sua opera tedesca.

Nel nostro Paese, a ogni modo, trascorre metà dell’anno, tanto da definirsi "dipendente" dall’Italia. Perché?
Mia moglie mi aveva portato in Finlandia, con l’idea di comprare una casa a Helsinki, ma mio figlio, giustamente, ha suggerito che lì, d’inverno, mi sarei suicidato. Anche in Germania, nel castello che avevamo a Derneburg, d’inverno mi sarei suicidato. E allora nel 1987 abbiamo trovato Villa Luce a Imperia. Lì, d’inverno, davanti agli aranceti e alle limonaie, certo non mi suiciderei. 

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