Ad Asti istruzioni per la rinascita del Belpaese

Una mostra rilancia il mito del made in Italy. Mettendo in scena la storia di una nazione che si liberava dalla povertà. Modello su cui riflettere

Credits: Ufficio Stampa

di Aldo Bonomi

L’Italia del made in Italy, quella del periodo che va dal 1945 al 1970 raccontata ad Asti dalla mostra La Rinascita. Storie dell’Italia che ce l’ha fatta, è innanzitutto un Paese che grazie alla sua geografia plurale riesce a crescere sino a diventare "il più grande dei piccoli". Territorio è la parola chiave di tutta questa lunga parabola. Per comprendere e raccontare la rinascita del made in Italy e l’emersione del capitalismo che ne è espressione e per scavare dentro l’antropologia dell’"animale imprenditore" all’ombra del campanile.

L’esperienza del capitalismo di territorio, non a caso, comincia con Adriano Olivetti e con la sua visione di una fabbrica dolce ed empatica in cui si prova a tenere assieme la coscienza di classe con la coscienza di luogo, coniugate nella parola chiave comunità. Una prima stagione, questa, seguita da una seconda fatta, più che dalla fabbrica, di territori, di sommerso e di sottoscala, di imprenditori mediocri alle prime armi con la manifattura, segnati dalla dissolvenza della comunità originaria fatta di mezzadri e cascine agricole. A cui si aggiungono, a fronte delle prime crisi delle fabbriche dove lavoravano, diversi ex operai senza più comunità di appartenenza. La terza stagione è fatta di distretti dove i saperi contestuali si uniscono ai saperi formali, dove si ritrovano le tracce di comunità raccontate da Arnaldo Bagnasco e l’Italia borghigiana del campanile di Giuseppe De Rita. Un’Italia che si evolve poi nelle piattaforme produttive di area vasta, in cui si prendono le misure per andare nel mondo con il made in Italy. Rappresentare e mettere in mostra questa storia è utile per ragionare della nuova stagione che ci attende.

La storia della rinascita del made in Italy contiene infatti al suo interno tracce di futuro. La nuova stagione è un non ancora. Sono deboli le tracce della metamorfosi in atto dentro la crisi. Di certo questa è una crisi che non si risolverà con un semplice attraversamento o con ulteriori iniezioni di morfina tecnocratica e finanziaria. Al contrario, produrrà una metamorfosi radicale delle forme del produrre, del consumare e del vivere. Se nella rinascita dell’altro ieri, per dirla con le parole del ministro Enrico Giovannini (già presidente dell’Istat, che mette in mostra la rinascita con la forza dei numeri) si andava "in auto verso il futuro", seguendo l’onda di una crescita energivora e senza limiti, la rinascita di dopodomani si situa dentro il concetto di "green economy" (quello che l’Istat, in uno dei suoi ultimi rapporti, ha raccontato come la società che va verso un benessere equo e solidale), intesa come modello di capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Limite che, per quanto possa apparire paradossale, diventa il motore di un nuovo ciclo.

Nel nostro caso, si tratta di ragionare di una green economy territoriale, che in parte sta già crescendo, in primo luogo ad Asti, nelle Langhe e nel Monferrato, con l’esperienza di Slow food di Carlo Petrini, come esito di due processi evolutivi. Da una parte come evoluzione del capitalismo molecolare, come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa sul lato della maggiore efficienza energetica, della compatibilità ambientale delle produzioni, di una innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti. Dall’altra parte, come evoluzione della tendenza al vivere borghigiano e della propensione a una migliore qualità localistica della vita. In altre parole, si tratta di mettere a sistema le tre T del nuovo terziario avanzato (tecnologia, talento e tolleranza) con le tre T di un’economia sostenibile che tenga conto della terra, del territorio e della tenuta dell’ecosistema.

Se riusciremo a fare sintesi di queste due tendenze, forse fra trent’anni racconteremo di un’altra, insperata rinascita.

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