Mauro Querci

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La scommessa è questa: mettere il visitatore di fronte a un’opera d’arte, magari contemporanea, magari pure considerata "difficile", ed evitargli quella sensazione d’inadeguatezza del "che ci faccio qui?". Al contrario, provare a incuriosirlo, a raccontargli una storia che non ha mai sentito e comunque lo interessi, che alla fine gli possa fra riconoscere che "si, la mostra vale il prezzo del biglietto". Scommessa non facile nel Paese più ricco d’arte al mondo, dove però "cultura" suona spesso come una brutta parola, dove le esposizioni-fotocopia somigliano a palline che rimbalzano da una città all’altra e dell’artista di grido c’è più il nome ma molte poche opere.

Eppure qualcuno prova a lavorare a un progetto diverso. Arturo Galansino è nato nel 1976 in Monferrato, è storico dell’arte e ha ricoperto incarichi di rilievo, per esempio alla Royal Academy of Arts di Londra; dal 2015 dirige la Fondazione di Palazzo Strozzi a Firenze, una città non esattamente con la vocazione alla contemporaneità. Ma lui, che è specializzato sulla pittura del Cinquecento, ha dato la scossa con un’offerta di mostre che va dal cinese "militante" Ai Wei Wei al maestro di Leonardo, cioè il Verrocchio; da un record come quello di Marina Abramovic',     protagonista dell’esposizione contemporanea più vista in Italia, al "Rinascimento elettronico" di Bill Viola ("Da quando sono qui vivo una schizofrenia feconda tra passato e presente", sintetizza).
Il pubblico dunque, giovani compresi, risponde (per Abramovic' il 50 per cento dei visitatori aveva meno di 30 anni).

Ora, alla vigilia di un’altra mostra-scommessa come quella di Natalia Goncharova, artista russa del primo Novecento, che inaugura a Palazzo Strozzi il 28 settembre, Galansino parla con "Panorama" di che cosa oggi significhi costruire una mostra di successo, dove l’onnipresente business abbia comunque rispetto per chi va a vederla.

Goncharova è una scelta non scontata e neppure comoda.

E' stata la prima donna a far parte delle avanguardie, aperta al futurismo ma con legami fortissimi alla tradizione della sua terra. Libera, controcorrente nell’opera come nelle scelte di vita. L’arte femminile di questo periodo, al di là della grande ma un po’ scontata Frida Kahlo, va finalmente conosciuta e valorizzata.

Quest’artista è stata processata aver esposto il primo nudo femminile. Ma anche oggi, quando avete pubblicato il quadro della Modella (su sfondo blu) su Instagram, il social vi ha bloccato per via dei seni scoperti...

Abbiamo avuto lo stesso problema per le performance di Marina Abramovic'. Stavolta però si trattava di un quadro... Instagram ha evidentemente un problema di algoritmo, visto che poi ammette anche immagini esplicitamente erotiche. Oggi è un mezzo utile anche per conoscere l’attività di molti artisti, ma la censura è inaccettabile. A ogni modo, si è parlato molto della mostra ancor prima che apra.

I numeri vi danno ragione. Palazzo Strozzi ha avuto 180 mila visitori per Abramovic'. Firenze è nel circuito internazionale per l’arte contemporanea. Qual è la ricetta per "cucinare" una mostra di successo?

Ci sono due aspetti nella questione. Il primo obiettivo che ci poniamo è quello di allargare la conoscenza del pubblico, offrire un punto di vista diverso. Anche quando facciano una mostra su Verrocchio, nell’anno leonardesco in apparenza saturo di iniziative, noi abbiano parlato del maestro in rapporto all’allievo. L’altro aspetto cruciale è quello economico. Nel mix del bilancio di Palazzo Strozzi solo il 20 per cento delle risorse è pubblico. Il 40 per cento è privato, ma la componente più significativa è il 40 per cento che deriva dai biglietti venduti. Una percentuale sconosciuta anche nei musei americani... Il successo, il gradimento permette di organizzare altre mostre. E' un’alchimia, o meglio, un equilibrismo, tra qualità dell’offerta, resa economica, ricerca di un approccio innovativo, anche quando si tratta d’arte classica.

Quella contemporanea è comunque "di nicchia". Quindi come si fa?

Credo che si debba coinvolgere il visitatore in una storia. Il contemporaneo va sottratto alla dimensione un po’ oscura in cui spesso si confina da solo. Prendiamo la mostra di Tomàs Saraceno, che stiamo organizzando per il 2020. E' un quarantenne che lavora su temi del nostro tempo, come quelli ambientali. Dall’era dell’Antropocene in cui viviamo, dove l’uomo ha un impatto violento sulla natura, Tomàs immagina il passaggio all’Aerocene, l’eta dell’aria, dove il modo di vita sia più sostenibile. Esporrà delle sculture volanti che, appunto, fluttueranno nell’aria grazie ai cambiamenti di temperatura generati dal sole. Il suo è un nuovo linguaggio scientifico e poetico che sono certo incontrer‡ l’interesse del pubblico.

Quand’è che una mostra raggiunge il suo fine?

Durante un’esposizione, spessissimo mi confondo tra il pubblico per coglierne umori, commenti. Ecco, quello che mi gratifica di più, è sentire una signora, magari abituata solo all’arte classica, che davanti a un’installazione dice: "Mi piace...". Nella mia visione il Palazzo dev’essere una struttura d’incontro, con varie funzioni. Ogni anno ci passano per le tante iniziative oltre un milione di persone. Abbiamo anche progetti per far fruire l’arte a chi è affetto da autismo, Alzheimer o Parkinson.

Come giudica l’offerta generale delle mostre in Italia?

Alcune realtà fanno un lavoro di ricerca bellissimo, penso a Palazzo Grassi di Venezia, alla Fondazione Prada e all’Hangar Bicocca di Milano. Certo, poi, si vede anche molta ripetitività, ci si basa sul fare cassetta. Una situazione però comune anche all’estero.

Di recente, a Firenze, è stata licenziata la direttrice tedesca dell’Accademia Cecilie Hollberg, nonostante avesse ottenuto buoni risultati. Cosa ne pensa della riforma dei musei pubblici dell’ex ministro Bonisoli?

Palazzo Strozzi è una Fondazione pubblico-privata che lavora in autonomia e il provvedimento non ci riguarda. Ma il punto, al di là che si voglia fare una riforma in senso centralistico o più autonomistico, è che occorre continuità d’azione e una visione a lungo raggio per risultati apprezzabili.

Per quale opera si dovrebbe visitare la mostra di Goncharova?

A me appassiona il polittico "The Harvest" del 1911, perchè, con colori accesissimi, racconta l’immaginario sacro e folclorico dell’artista. Era davvero avanti rispetto ai propri tempi.

Sempre nel 2020, a Palazzo Strozzi ci sarà la mostra di Jeff Koons. La sua scultura The rabbit è stata pagata 91 milioni di dollari, record assoluto per un’opera contemporanea.

Anche in questo caso è la prima "monografica" di Koons in Italia. Quel che più m’interessa, però, è mostrare il suo lato autentico, che va oltre il glamour e le quotazioni, ed è l’etica profonda della sua ricerca, la dedizione e il perfezionismo da artista classico.

C’è chi oggi mitizza le mostre che si facevano ieri...

Quando Roberto Longhi, nel 1951, ha organizzato la mostra di Caravaggio a Palazzo reale a Milano, ha realmente lasciato un segno. Ha creato un grande pubblico per l’arte che fino allora aveva coinvolto un’èlite. Soprattutto ha scelto un artista del passato che parlava il linguaggio del presente. E' molto difficile ripetere quell’operazione. Ma la sua lezione vale ancora. E così bisogna contaminare, arricchire il gusto, andare oltre i soliti 3 o 4 nomi già noti o, in altre parole, aprire la mente

Natalia Goncharova a Palazzo Strozzi, una vita in 130 opere

Spiazzante, poliedrica, sempre su nuove strade. Natalia Goncharova fa sintesi dell’energia portata dalla grande pittura europea tra Otto e Novecento (Gauguin, Matisse e Picasso) e una radice popolare russa.

Nella mostra di Palazzo Strozzi (20 settembre 2019-12 gennaio 2020, info: www.palazzostrozzi.org), attraverso una decina di sale e 130 opere, s’intrecciano la biografia dell’artista con la storia di vari movimenti culturali. Dalle sue origini - è nata nella Russia centrale nel 1881 - agli studi a Mosca, agli incontri con le avanguardie, alle prime esposizioni, ai viaggi e alle frequentazioni a Parigi e in Italia, dove stringe rapporti con i futuristi (una sala della mostra è dedicata proprio a questo legame, con quadri di Boccioni e Balla). E poi, l’importanza del teatro nell’espressione di Goncharova, il rapporto creativo e sentimentale - durato fino alla sua morte, nel 1962 - con il pittore Mikhail Larionov.

Un mostra che è' un viaggio affascinante nella personalità di un’artista della quale il poeta francese Guillaume Apollinaire ha detto: "Il movimento nella sua arte è una danza ritmata dall’entusiasmo"

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