Edoardo Frittoli

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Il 16 gennaio 1969 il sacrificio estremo dello studente praghese Jan Palach segnò una cesura indelebile nel mondo diviso dalla Guerra Fredda, generando una spaccatura insanabile tra Mosca e i comunisti occidentali. Il gesto di Palach non rimarrà l'unico, tanto da spingere l'allora presidente cecoslovacco Ludvik Svoboda ad un appello in televisione per dissuadere l'emulazione al martirio dei giovani soffocati dal giogo sovietico. Ricordiamo di seguito i nomi e le storie delle altre "torce umane" che morirono in nome della libertà del popolo cecoslovacco.

8 settembre 1968: Ryszard Siwiec

Il primo a darsi la morte con il fuoco, in ordine cronologico, fu il cinquantanovenne Ryszard Siwiec. L'impiegato polacco si immolò allo stadio di Varsavia durante l'annuale festa del raccolto. Si cosparse di solvente e bruciò davanti ai 100.000 presenti e alle più alte cariche del regime comunista. Classe 1909, aveva partecipato alla resistenza contro gli invasori nazisti e ora non sopportava l'idea che l'esercito polacco avesse partecipato al soffocamento nel sangue della Primavera di Praga nell'agosto 1968. Non morì subito, ma dopo 4 giorni di agonia. La polizia polacca nascose il nastro registrato da Siwiec in cui accusava l'Urss di neo-imperialismo. Il contenuto della registrazione sarà reso noto solamente nel 1981 dai parenti.

20 gennaio 1969: Sàndor Bauer

Il sedicenne studente di Budapest, emulo di Jan Palach, si diede fuoco davanti al Museo Nazionale della capitale ungherese. Ragazzo dalla personalità problematica, Bauer era stato indicato come un indipendentista dalla pura fede leninista, che considerava la politica di Mosca una grave devianza dalla dottrina delle origini aggravata dal pugno di ferro sovietico nei confronti dei paesi-satellite. Fu talmente sconvolto dal gesto di Palach da emularlo pochi giorni dopo. Per l'intervento dei presenti, il giovane sopravviverà per alcuni giorni alle gravissime ustioni, spiegando alla polizia le ragioni del suo gesto. Si spegne il 23 gennaio e sarà sepolto in segreto soltanto dopo un mese. Bollato dalla stampa ungherese come uno psicopatico in articoli di poche righe, sarà dimenticato fino al 2001. Oggi una via di Budapest porta il suo nome.

20 gennaio 1969: Josef Hlavaty

Ebbe una vita tormentata il venticinquenne di Plzen, segnata dall'abuso di alcol dopo gravi delusioni personali quali l'esclusione dalle scuole professionali e la separazione dalla moglie alla quale vennero affidati i due figli. In questo periodo sfogò la propria rabbia nell'impegno politico dopo l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nell'estate 1968. La sera del 20 gennaio 1968, dopo avere bevuto diverse birre, si procurò del cherosene e si diede fuoco di fronte alla statua di T.G. Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia indipendente. Quando i passanti attratti dal bagliore spengono le fiamme, Hlavaty ha ustioni di 2° e 3° grado su tutto il corpo. Sopravviverà soltanto fino al 25 gennaio, ma la ripetizione del gesto estremo di Palach spingerà il Presidente cecoslovacco Svoboda ad un drammatico appello televisivo per scongiurare la diffusione di altri casi.

25 febbraio 1969: Jan Zajìc

Figlio di una famiglia di profughi della Moravia fuggiti in Cecoslovacchia durante la guerra, il diciannovenne Zajic si interessò di politica durante gli anni delle scuole superiori. Partecipò a Praga alle manifestazioni studentesche nei mesi della Primavera di Alexandr Dubçek e dell'occupazione sovietica dell'agosto 1968. Dopo la morte di Jan Palach fu tra gli studenti che iniziarono lo sciopero della fame per protesta contro gli oppressori di Mosca. Dopo il funerale dello studente praghese, iniziò a maturare in lui l'idea del sommo sacrificio, come predetto dallo stesso Palach. Alle 13,30 del 25 febbraio 1969 si diede fuoco in un appartamento in piazza Venceslao, morendo carbonizzato senza che nessuno potesse intervenire. Nel documento lasciato come motivazione del gesto estremo Zajìc scrisse: Ho deciso di compiere questo gesto perché vi facciate coraggio e non permettiate a quattro dittatori di calpestarvi! Ricordate: quando il livello dell‘acqua arriva sopra la testa, non conta quanto in alto arriva... Che la mia torcia illumini il cammino verso la libertà e la felicità della Cecoslovacchia. (...) Solo così continuerò a vivere.“

Al suo funerale parteciparono migliaia di cittadini, mentre oggi è stato istituito un premio per l'eccellenza scolastica che porta il suo nome.

4 maggio 1969: Evzen Plocek

Quando si immolò per la libertà dei Cecoslovacchi, aveva già 39 anni e una lunga militanza nel Partito Comunista. Convinto riformista, si espose durante il congresso del KSC che seguì l'invasione sovietica del 1968. Convinto dell'utilità del suo martirio e del fatto che non fosse tutto perduto, vista la reazione dei praghesi all'oppressione e la solidarietà internazionale che la Cecoslovacchia di Dubçek stava conquistando. La censura imposta dai sovietici all'organo del Partito Comunista Cecoslovacco fu determinante per la decisione di immolarsi. Plocek scelse la cittadina dove era cresciuto e risiedeva, Jilhava, per darsi fuoco nei pressi di un piccolo luna park. Le fiamme lo avvolsero senza che i passanti, distratti dalle attrazioni, se ne accorgessero subito. Morirà 5 giorni dopo nell'ospedale della cittadina, notizia naturalmente coperta dalla censura.

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