‘Acqua alta’ è senz’altro anche il nome di una libreria
‘Acqua alta’ è senz’altro anche il nome di una libreria
Cultura

‘Acqua alta’ è senz’altro anche il nome di una libreria

Ovviamente sta a Venezia. Mi è comparsa davanti come quasi tutti posti di Venezia che stai cercando da un’ora o più: all’improvviso, sulla sinistra, ai lati dell’occhio, incorniciata dalle foglie di un giardino interno e avvolta in una strana luce …Leggi tutto

Ovviamente sta a Venezia. Mi è comparsa davanti come quasi tutti posti di Venezia che stai cercando da un’ora o più: all’improvviso, sulla sinistra, ai lati dell’occhio, incorniciata dalle foglie di un giardino interno e avvolta in una strana luce invernale. Sapete di cosa parlo.

Calle Longa, S.M. Formosa, Castello 30122

All’entrata i proprietari fanno un po’ di umorismo

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con un cartello che probabilmente dice il vero quindi non fa ridere

E purtroppo, una volta dentro, si viene consigliati di seguire certe orme gialle per terra che portano all’altro locale, come se fosse tutto un gioco. Ma la prima occhiata è notevole, eloquente: a parte la presenza di un genio del luogo molto tranquillo

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«Ehi»

si avverte subito che quella quantità ha molto da offrire, nel cuore di sé stessa. E infatti

Stupore

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gondola piena di

Meraviglia

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:o

È impossibile muoversi qui dentro senza provare immediatamente la sensazione di attraversare un dedalo balordo, un inferno umido, un dramma subacqueo.

I due proprietari sono diversi: uno sta alla cassa e ti regala i segnalibri, l’altro cerca quello che gli chiedi, monta sulle sedie mezze rotte, e bestemmia. A me stava più simpatico il secondo, ma è il primo che mi ha dato qualche informazione:

la libreria si chiama Acqua alta, mi spiega, non perché a Venezia c’è l’acqua alta, no: ma perché quando c’è l’acqua alta la libreria non c’è. Prego?, dico. Dice sì, se c’è l’acqua alta non ci siamo noi. Io, che in queste cose non sono brava e mi arrendo subito, dico ah, senza approfondire.

Sono andata nell’altro locale, quello che l’uomo alla cassa mi indicava con un gesto misterioso della mano e degli occhi, manco fosse un privé dove liberare le mie curiosità più piccanti, e ho trovato questo

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Eh

E questo

«...»

La prima cosa che colpisce è l’odore. Altro che odore della carta. Qui si sente: laguna, alghe, fogna, cantina, polvere, legno marcio, piscio di gatto. Mettere una mano in una pila di libri, pensi, potrebbe essere pericolosissimo, sia per la salute che per la stabilità di tutta quella mole impilata. Visto che non ho voglia di vedere come va a finire una guerra tra il mio sistema immunitario e la toxoplasmosi, incarico il proprietario numero 2 di cercarmi quello che mi serve. Quello bestemmia (la Madonna) e si mette al lavoro.

Ti guardi intorno e pensi: è un posto per turisti, un fake per impressionare, una carnevalata. Questi due non hanno la stoffa dei librai. Eh-e.

Però poi vedi che quelli sono libri veri, e che è tutto estremamente serio. I libri belli sono mischiati a tutti gli altri, in una ressa che sconfina con l’orgia; o meglio, c’è un ordine, mi spiega il bestemmiatore, ma lo conosce solo lui.

Eh, dico io, e piano piano comincio a gradire la sua presenza, non fosse altro perché un umano ha la qualità di riorganizzare gli spazi ostili, anche involontariamente, in modo più motivato, razionale.

Qua siamo come affondati, dice lui, giustissimamente.

Ecco cosa sembra queso posto: il risultato del naufragio di una nave che trasporta libri, tanti libri, bellissimi e infami, costosi o rimediati, con le pagine gonfie e la copertina miracolosamente seminuova o rosicchiata dall’umidità.

A proposito di rosicchiare: io lo so, io lo sento, che qui c’è il mio nemico più grande su questa terra, che non voglio manco nominare: l’animalaccio, il rosicchiatore sudicio. Ma no, fa la persona che è con me, amorevole: non vedi che ci sono i gatti?

Ecco, siccome io ho studiato su questo libro

so tramite una semplice inferenza cosa vuol dire il fatto che ci siano tanti gatti.

Ma non riesco ad uscire di lì. Sono presa, incantata. Davanti alla pericolosa prossimità di una porta (c’è un nome per queste entrate dall’acqua, ma non lo ricordo: chiedo aiuto) che dà direttamente sul canale (e da cui, pare, una turista una volta è uscita)

Uscita

non indietreggio, anzi: respiro a fondo quell’odore di naufragio, e comincio a fare l’inopinato: comincio toccare i corpi dei superstiti: respirano. Tocco, e mi sporco le mani, e i vestiti, perché qualche libro me lo metto sotto il mento, per avere le mani libere. Comincio, pure io, a puzzare di laguna.

Le misteriose parole del proprietario numero 1, il profumo sempre più profondo, e le eloquenti bestemmie del secondo che mi sta cercando questo

«Stava sotto a tutto, proprio questo volevi te, eh»

mi danno finalmente la certezza visiva che quando c’è l’acqua alta, l’acqua stessa entra da quella porta, che infatti è tutta consumata dal sale, e riempie il locale, progressivamente, dalle pile in basso fino a quelle più in alto, sommergendo i libri. Nessuno potrebbe spostarli, salvarli, portarli altrove. I libri stanno lì, in apnea, e assorbono l’acqua di laguna (guai a chiamarlo mare), e poi, piano piano, lo lasciano riandare via da quella porta, asciugandosi.

Appena i turisti si diradano, e nel migliore dei casi appena spariscono del tutto, lungo la seconda ora che sei lì dentro (lì sotto) il cattivo pensiero, la repulsione per il pittoresco abbandona del tutto l’ambiente e i tuoi occhi ne sono sollevati. Che fine farebbero, questi libri, una volta sottratti alla marea? Quale vita li aspetta, fuori di qui? Il bottino che mi porto a casa

Per sentire l'odore citofonare Daniela

sembra davvero uscito da un forziere, anche se non c’è nulla di romantico.

Questi libri, la cui carta odora di carezze salmastre, sono porzioni del nostro stesso disastro.

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