Il 1968: la rivoluzione e gli errori della politica

Dalla battaglia di Valle Giulia alle Brigate Rosse e di Autonomia operaia. Fuoco e furia ma anche riforme e cambiamenti per un modello oggi in piena crisi

valle giulia

Una studentessa arrestata dai Carabinieri dopo la breve occupazione seguita agli scontri di Valle Giulia - 1 marzo 1968 – Credits: Ansa

Stefano Cingolani

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Il primo marzo di cinquant’anni fa, la battaglia di valle Giulia, tra villa Borghese e la collina dove sorge ancor oggi la facoltà di Architettura, segnò il vero inizio del Sessantotto romano. E io non c’ero. Così, non ho potuto vedere Giuliano Ferrara precipitarsi lungo il clivo per sfuggire alle cariche di polizia (rimase anche ferito) né Ernesto Galli della Loggia, Paolo Liguori, Oreste Scalzone, Massimiliano Fuksas che venne anche arrestato.

È lunghissimo l’elenco di tutti quelli che erano là e nel corso del tempo hanno imboccato i sentieri più diversi, professori, parlamentari, archistar, terroristi o eterni agitatori come Piero Bernocchi il quale, a mezzo secolo di distanza, organizza ancora antagonisti e comitati di base.

Non ho visto nemmeno Michele Placido che allora faceva il celerino e picchiava gli studenti, quelli di sinistra e quelli di estrema destra in lotta contro i rossi, ma anche contro i poliziotti. E anche qui non mancano i nomi che hanno segnato gli anni di piombo, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Adriano Tilgher.

Non erano figli di papà (non tutti) che si battevano contro poliziotti-proletari, non era la borghesia che si ribellava a se stessa, come scrisse Pier Paolo Pasolini nella poesia rimasta famosa con la quale si schierava dalla parte della celere. Perché non si trattò di una rivolta di classe nonostante venisse rappresentata così dalle frange più ideologiche, fu piuttosto una rivolta generazionale, in Italia come negli altri paesi occidentali, e senza dubbio è stata la più grande scossa violenta imposta da una generazione nel secolo scorso.

In piazza nel 1968 c’erano i baby boomers, quelli nati dopo la seconda guerra mondiale, erano di sinistra e di destra e volevano scuotere il vecchio ordine. Lo hanno fatto, sono anche andati al potere, hanno diretto giornali, girato film, formato governi, sono persino entrati nei templi del capitale, banche e grandi industrie, si sono arricchiti, ma non hanno costruito nessun nuovo ordine.

Dovrei dire, in realtà, "non abbiamo" perché il giorno dopo c’ero anch’io a piazza del Popolo alla manifestazione di reduci di sinistra, incerottati ma non domi, anzi. Da allora tutto precipitò per almeno un decennio lungo un piano inclinato che finì in parte nelle Brigate Rosse in parte in Autonomia operaia nel 1977, finché non arrivò il grande riflusso che a partire dagli anni Ottanta spense gli ultimi fuochi, non senza drammatici e luttuosi colpi di coda.

I baby boomers avevano mostrato dove portava la loro volontà di potenza, e l’era dell’Acquario si trasformava nella società narcisistica che avrebbe dominato per il resto del secolo, lasciando molte macerie e ancor più delusioni.

Non solo fuoco e furia

Rivalutare il 68 è impossibile per la unicità del fenomeno, ma è difficile anche valutarlo. Non fu tutto fuoco e furia; in Italia, come in Francia o in Germania, arrivarono riforme e cambiamenti: le pensioni, la sanità pubblica, lo statuto dei lavoratori, salari e stipendi allineati a quelli dei paesi più ricchi. L’intero welfare state che abbiamo conosciuto, è frutto di quegli anni, del combinarsi di rivolte giovanili e lotte operaie. Oggi che quel modello è profondamente in crisi val la pena esaminarne a fondo pregi e virtù.

Un bilancio

La variante italiana dentro un movimento di così vasta portata, è caratterizzata da quella che l’economista Michele Salvati ha chiamato la monetizzazione delle riforme. In altri termini, le classi dirigenti, politiche ed economiche, hanno realizzato vasti cambiamenti con l’illusione di non farli pagare a nessuno.

L’ampia franchigia/evasione fiscale a favore dei ceti medio-alti e dei lavoratori autonomi (agricoltori, commercianti, professionisti) s’è accompagnata ad un aumento secco della spesa pubblica, così che nel corso di un decennio o poco più il debito dello stato è raddoppiato rispetto al prodotto lordo, passando dal 60 al 120 per cento. Dunque, potremmo dire che il debito pubblico è colpa del Sessantotto? In realtà, è colpa di come il sistema economico e politico ha reagito alla spinta che veniva dal basso, senza tener conto delle compatibilità interne e internazionali e comprando con il debito il consenso elettorale.

Sarebbe ora che gli ex sessantottini, soprattutto quelli che, giunti ormai alla pensione, hanno penetrato il sistema che volevano abbattere, facessero una seria autocritica, una riflessione di fondo, e non un omaggio retorico al tempo passato. Il dibattito sul debito pubblico, tanto per fare un esempio concreto, non ne tiene conto. Men che meno il dibattito politico.

In questa campagna elettorale tutti hanno promesso miracolistiche riduzioni del fardello che schiaccia il paese, gettando sempre la colpa sugli altri; mai nessuno che dica l’amara verità: non ci sono pasti gratis, ogni cambiamento comporta un pagamento, se vogliamo le pensioni più vaste d’Europa o la sanità per tutti, bisogna produrre abbastanza ricchezza da destinare a questo scopo. In fondo è buon senso, non teoria economica. Già, ma al Sessantotto il buon senso faceva ribrezzo.

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