Edoardo Frittoli

-

A distanza di un anno esatto, la data del 16 gennaio (del 1919 e del 1920) fisserà l'ora di una rivoluzione nella vita dei cittadini americani. La prima segnò il voto a favore del 18° Emendamento che conteneva le direttive della proibizione della produzione e del commercio di bevande alcooliche in tutto il territorio degli Stati Uniti. Esattamente un anno più tardi il Volstead Act (dal nome del Senatore dell'Ohio Andrew Volstead) fissò definitivamente le norme di attuazione della legge proibizionista per una “Dry Country”, un America libera dai pericoli della dipendenza da alcoolici.

La spinta moralizzatrice era partita in realtà oltre un ventennio prima con l'attività di lobbying della Anti-saloon League, nata in ambienti del fondamentalismo protestante eredi della “Temperance Society” nata agli inizi del secolo XIX. Durante la Grande Guerra i fautori della proibizione cavalcarono il sentimento antigermanico e patriottico ed aumentarono le campagne per la sobrietà su tutto il territorio degli Usa, facendo particolarmente presa al Sud e nel Midwest agricolo.

Ma fu alla fine della guerra che la spinta moralizzatrice ebbe il sopravvento, alimentata dalla paura del ceto medio americano di poter perdere il proprio benessere a vantaggio dei nuovi immigrati o di vedersi minacciata dalla nuova ondata di lavoratori di colore che avevano invaso le città industriali del Nord. Non a caso gli anni del proibizionismo coincidono con l'apice dell'attività del Ku-Klux Klan e con una serie di atti restrittivi nella regolamentazione del flusso migratorio dal vecchio continente. La messa al bando degli alcoolici avrebbe aiutato ad evitare un ulteriore degrado dei costumi e della morale. In realtà il Volstead Act fu più semplice da formulare che non da mettere in atto. Per oltre un decennio fu impossibile alle autorità garantire un controllo reale sul territorio, per la cronica mancanza di uomini e mezzi. Furono invece il contrabbando e la produzione illegale di bevande alcooliche a prendere piede rapidamente. Le distillerie clandestine producevano di notte il “moonshine” un distillato di grano ad alta gradazione alcoolica distribuito segretamente alla clientela. Nelle grandi città i liquori di contrabbando furono consumati negli innumerevoli “speakeasy”, i locali clandestini che nella sola New York furono più di 30.000. Spesso le autorità stesse tendevano a chiudere un occhio nei confronti dei “bootleggers”, i contrabbandieri di alcoolici , mentre gli ispettori del “Prohibition Act” si producevano in spettacolari confische di grandi quantità di alcoolici che venivano distrutti o versati nelle fogne.

Il proibizionismo segnò il passo già verso la fine degli anni '20, quando fu chiaro che i benefici della legge erano sopravanzati dagli svantaggi. Primo tra tutti il rafforzamento economico che la malavita organizzata dei gangsters trasse dal commercio illegale di alcoolici. Quindi vi fu un grave problema sanitario dovuto alla contaminazione delle bevande prodotte artigianalmente (spesso dal glicolo e dal piombo perchè i condensatori delle distillerie erano ricavati da vecchi radiatori di automobili). Infine l'aspetto economico fu tra i principali motivi del fallimento della legge proibizionista per il danno erariale dovuto al mancato flusso fiscale legato alla vendita legale degli alcoolici.

La crisi del 1929 diede la spallata finale al “Prohibition Act”. Capeggiati dai Democratici di Roosevelt, i gruppi che chiedevano la revisione del 18° Emendamento ponevano l'accento sull'aspetto benefico in senso occupazionale che il commercio legale degli alcoolici avrebbe portato, con la ripresa di un economia di scala che andava dal lavoro agricolo nelle materie prime all'industria e alla vendita su licenza. Quando l'America del New Deal rooseveltiano era già una realtà, il Prohibition Act fu abolito. Era il dicembre del 1933.


© Riproduzione Riservata

Commenti