Claudio Trionfera

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Quatto quatto l’horror si insinua. Lento, ineluttabile e per certi versi ineludibile nel procedere rapido dell’ordito.

The Void - Il Vuoto (esce il 7 dicembre, durata 90’), all’inizio, sembra un altro film. Storia di killer psicopatici e sparanti, pronti a sfoderare taniche di benzina per arrostire le loro vittime dopo l’eccidio.

Certo, suona un po’ strano che a scatenare la pioggia di fiamme e pallottole siano padre e figlio (Daniel Fathers e Mik Byskov) cioè figure che non sempre, nel cinema e nella vita, fanno lo stesso mestiere.

La clinica sperduta diventa una trappola

Poi i registi Steven Kostanski & Jeremy Gillespie, specialisti canadesi nel make-up del raccapriccio, passano all’attacco. E quando lo sceriffo Daniel Carter (Aaron Poole) porta in clinica un giovanotto trovato ferito (James - l’attore Evan Stern) dopo esser scampato al precedente massacro, incominciano i guai. Perché quella clinica un po’ sperduta, dove Daniel ritrova la sua ex moglie medico Allison (Kathleen Munroe) e l’anziano dottor Richard Powell (Kenneth Welsh) che ne è a capo, diventa una trappola.

Per loro e per gli altri che vi stazionano: la gestante Maggie (Grace Munro) alle prese con un parto complicato assistita suo padre Ben (James Millington), la maldestra infermiera Kim (Ellen Wong) e perfino i due killer padre-figlio che colà hanno fatto irruzione spinti da chissà quale forza malefica.

Uno sciame “bianco” minaccioso e silente

In verità il flusso arcano e tristo è là fuori, attorno alla clinica, improvvisamente accerchiata da uno sciame minaccioso, immoto e silente di figure bianche come fantasmi, incappucciate e coperte da teli, un po’ burqa, un po’ ku klux klan, un po’ tute antiradiazioni, in ogni caso allarmanti col loro cupo, unico, polifemico e tenebroso  “occhio”  triangolare. Un assedio.

Che tra l’inerzia apparente degli assedianti e l’angustia montante degli assediati si trasforma in “attesa”.

Di qualcosa. E di peggiore: che, difatti, accade. Perché quelle strane presenze là fuori istigano e annunciano eventi ulteriori e turbolenze indiavolate all’interno della clinica: dove sembra materializzarsi dal nulla una moltitudine di mostri repugnanti e deformi inclini alla carneficina, sollecitati a colossali SLURP alla vista degli umani (dai quali potrebbero essere perfino generati), insaziabili fino al totale compimento della loro missione sterminatrice e perfino contagiosi, infettivi e chiaramente pestilenziali.

Un salto nel "vuoto" della ragione e dell’anti-natura

E dato che niente nasce per caso, una verità delirante su tutto quel demònico mugghiare viene prima o poi a galla anche se, ovviamente, non va rivelata. Basti dire che ha a che fare con la creatività patologica e il delirio d’onnipotenza, col mito dell’immortalità e della frequentazione cosmica. Cose che, dette così, diventano ancora più oscure e preludono, additando il titolo, a un autentico salto nel vuoto della ragione e dell’anti-natura.

Quella ricercatissima veste di “scary-b-movie”

Tra le nuvole rotolanti del film, ça va sans dire, galleggia Howard Phillips Lovecraft con i suoi dèi esterni - come Azathoth - dei Miti di Cthulhu e il suo immaginario debordante nella letteratura fantastica. Ma c’è dell’altro nell’iconografia cinematografica che rimanda a John Carpenter, Sam Raimi, Peter Jackson, David Cronenberg, Brian Yuzna in un ensemble rimescolato e tradotto in splatterone dalla ricercatissima e meditata acconciatura scary-b-movie, grottesco e allucinato, claustrofobico come La notte dei morti viventi dell’immortale George A. Romero, attraversato da tempeste elettromagnetiche, sconvolto dai banchetti cannibàlici delle deformità mutanti, collose, eruttanti orrore e gozzoviglianti su ciò che resta dei loro martiri.

L'immagine "sporca" e il gospel tutto da ascoltare

Horror sfrontato, stralunato, esagitato, pazzo e senz’altro ameno per i fan di genere. Con la sua ricognizione raffinata e addirittura meticolosa sulla scarsa rifinitura, anzi sulla rozzezza, dei personaggi, sulla studiata banalità dei dialoghi, sulla fotografia (di Samy Inayeh) sporca, cupa, sgranata, concitata nell’uso frequente della macchina in spalla. Un gioiellino insomma, arricchito da una felice impronta artigianale che non impedisce all’effetto speciale di farsi strada con la dovuta, orripilante efficacia. Occhio anche alla sezione sonora, che dopo rimbombi, ruggiti e sibilanti stridori si apre sul finale alla magnifica versione del vecchio classico gospel Bye and Bye We're Going to See the King riproposta come Going to See the King da Jahmeel Russell, Amy de Blois, Darrell Simpson, Jeremy Gillespie, versione vinile graffiata dal tempo, echi country, ironicamente allusiva nel contesto filmico. Per la quale val davvero la pena di aspettare che finiscano tutti i titoli di coda.

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Voto: 4/5
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