Valeria Vignale

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Vincent Pérez, 51enne volto di celebri film francesi a partire da Cyrano de Bergerac nel '90 (ma girò anche in Il viaggio di Capitan Fracassa di Ettore Scola) è tornato sulla scena internazionale con un titolo da regista in concorso alla Berlinale. Alone in Berlin con Emma Thompson e Brendan Gleeson è la storia vera di una coppia tedesca condannata a morte per aver scritto cartoline antinaziste, firmate "free press" e lasciate nei luoghi pubblici. Tratto dal romanzo di Hans Fallada Ognuno muore solo (ed. Sellerio), che Primo Levi definì "il miglior libro sulla resistenza tedesca", il film è anche una grande storia d'amore.

Nel 1940 il matrimonio di Otto e Anna sembra stanco, pura routine, poi perdono il loro unico figlio al fronte e lanciare messaggi sulle menzogne di Hitler diventa il senso di una vita e del loro legame. Tornano uniti nella città in preda al terrore, complici mentre la Gestapo inizia una spietata caccia all'uomo delle cartoline (con l'attore Daniel Bruehl nel ruolo del capo delle indagini). "Sono due persone normali, lui lavora in fabbrica, non sono intellettuali e non appartengono ad alcun gruppo, ma è proprio questo che rende straordinaria la loro ribellione" dice Emma Thompson.

Per Vincent Pérez, nato in Svizzera da padre spagnolo e madre tedesca, fuggita proprio dalla Germania nazista, è il film più personale girato da regista (dopo Pelle d'angelo e Si j'étais toi). "Il romanzo di Fallada mi ha toccato profondamente" spiega. "Quando hai sangue tedesco nelle vene, ti fai molte domande e quel libro mi ha toccato profondamente, mi ha portato a ricostruire la storia della mia famiglia".
Ha scoperto qualcosa delle sue radici?
Sì, ho fatto viaggi e ricerche in Germania, dove per fortuna gli archivi sono pieni di documenti. Un mio zio fu ucciso sul fronte russo. Un prozio, che era ricoverato in ospedale psichiatrico, finì nelle camera a gas. E nessuno della mia famiglia è mai stato nel partito nazista.
Temeva il contrario?
(Sorride). Un po' sì, lo confesso. Anche se la loro scelta vuol dire sofferenza: nessuno di loro avrà avuto una vita facile, durante la dittatura
In che modo tutto questo ha a che fare con il film?
Alone in Berlin racconta com'era la vita dei tedeschi in quegli anni, della gente comune come potevano essere i parenti di mia madre. Gente terrorizzata come Otto e Anna, che non volevano subire ingiustizie senza dire o fare nulla. Scrissero 285 cartoline e soltanto 18 di queste non furono consegnate alle autorità. Morirono accusati di propaganda antinazista. Soli, ma in pace con la coscienza.
Come mai ci ha messo nove anni a portare il romanzo sul grande schermo?
C'è voluto un anno e mezzo solo per avere i diritti dalla casa editrice. Per motivi burocratici ma anche perché tutti si chiedevano perché uno come me, questo attore franco-svizzero-spagnolo si mettesse a fare un film sull'epoca nazista. Stesso pregiudizio quando abbiamo cercato i produttori. Poi la scelta di un cast internazionale, per fortuna, ha aiutato.
Anche la storia d'amore ha aiutato?
È un lato del romanzo che ho voluto valorizzare: di sicuro è un aspetto importante per me.
Prossimi progetti?
Ci sto lavorando. Intanto sono in tournée con Le relazioni pericolose di Choderlos De Laclos (è Valmont, che al cinema fu di John Malkovich). Dal 2 marzo al Théâtre de la Ville di Parigi.


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