Dopo La La Land di Damien Chazelle e El Ciudadano Ilustre di Gastón Duprat e Mariano Cohn, anche Jackie di Pablo Larraín, uno dei film più attesi al Lido, si candida a ricevere premi importanti alla 73^ Mostra del cinema di Venezia.

Accolto da applausi alla prima proiezione per la stampa, racconta la storia dell'assassinio di John F. Kennedy dalla parte di sua moglie. Elegante, sofisticata, desiderabile, Jackie era seduta accanto a lui il terribile giorno dell'attentato. Jacqueline Kennedy, una delle donne più fotografate del XX secolo, diventava una regina senza corona che aveva perso trono e compagno. Aveva solo 34 anni, due figli piccoli e le valigie da organizzare per svuotare la Casa Bianca. Un dolore immenso e un futuro incerto. E un funerale da organizzare, a cui affidare il ricordo di suo marito - ma anche la sua propria immagine - per la Nazione.

La interpreta Natalie Portman, che evoca grazia, fragilità, smarrimento, forza, ambizione. Larraín, talentuoso regista cileno che ci ha abituati a opere potenti e disturbanti come Tony ManeroPost Mortem e Il club, firma il suo primo film americano, in lingua inglese. Dopo Neruda un altro biopic, che però cerca il lato più intimo e contraddittorio del suo personaggio. 

"Jackie nasce come un invito ricevuto da Darren Aronofsky, che era nella giuria del Festival di Berlino (Aronofsky è produttore del film e originariamente doveva esserne anche il regista, ndr)", racconta Larraín, che era già stato a Venezia nel 2010 con Post Mortem. "Non sono americano e nel mio paese non siamo legati alla storia di Jacqueline Kennedy come lo sono gli americani, ma ho trovato la storia molto interessante. Il presidente Kennedy era seduto accanto a lei quando è stato ucciso. Inoltre è la priva volta che faccio un film su una donna ed era una grandissima possibilità per me avere Natalie". 

Jackie è un affresco talvolta un po' gelido, ma con momenti di grandezza. Ci mostra l'ex First Lady icona di stile nel suo lato pubblico e in quello privato, sottolineando la profonda diversità tra le due Jackie.
"Guardando i vari filmati e ascoltando gli audio, abbiamo notato come Jackie fosse diversissima tra pubblico e privato", dice Natalie Portman, dolce e raffinata presenza al Lido. "La sua voce era di qualità diversa, cambiava il tono. Fa parte del conflitto che si vive quando sai che la gente ti vede come un simbolo". 

Di Jackie intuiamo anche i lati più bui e vacui, la paura che il popolo la dimentichi, l'attaccamento alla Casa Bianca come simbolo di potere, l'incubo della povertà. Pur annebbiata dal trauma, Jackie ha voluto confezionare alla stampa la sua storia. Ha preso il funerale di Abraham Lincoln, altro presidente assassinato e amato, come modello per trasformare il marito da uomo a leggenda. E così facendo ha consolidato l'alone mitico attorno a se stessa. 
Ad assisterla come consigliera Nancy Tuckerman, interpretata amabilmente da Greta Gerwig, mai così delicata e misurata. Bob Kennedy è invece incarnato da Peter Sarsgaard

"Credo che Jackie fosse estremamente misteriosa", afferma Larraín. "È uno dei personaggi più sconosciuti tra i personaggi conosciuti. Il film vuole stimolare il pubblico a completare quello che il film stesso non dice. Anche dopo la visione, grazie a Natalie, non si capisce chi era veramente Jackie, e questo è bellissimo". 

Jackie si presenta come un incastro fluido di ritagli temporali in ordine cronologico sparso: i momenti immediamente precedenti alla visita in Texas, la testa dilaniata di Kennedy appoggiata sulla gonna color rosa confetto di Jackie, il volo con la bara a bordo, il giuramento di Lyndon B. Johnson (John Carroll Lynch), la problematica trattativa sull'organizzazione del funerale, l'intervista al giornalista (Billy Crudup) a cui Jackie consegna la sua versione dei fatti, il dialogo con il sacerdote (John Hurt)... 

"Non c'è una logica temporale", spiega Larraín, "è una narrazione soprattutto emozionale, il tentativo di entrare dentro Jackie. È un film su qualcuno che affronta una crisi profonda". 

"Fino al giorno prima il suo problema più grande era scegliere la carta da parati. In maniera scioccante, tutto a un tratto Jackie ha dovuto porsi domande grandissime", afferma Portman. "Per me è stato il film più pericoloso perché tutti sanno come parlava Jackie, come camminava. C'era la possibilità di un confronto e questo mi spaventava perché non mi sono mai considerata una grande imitatrice". 

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