Claudio Trionfera

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Che il DC9 dell’Itavia precipitato a Ustica non fosse caduto da solo lo si sapeva da tempo. Anche se non lo si seppe da subito. Negli anni molte versioni si sono accavallate, tra depistaggi, controinformazione, coperture, rivelazioni più o meno attendibili nelle quali è entrata, con qualche tesi credibile, addirittura la presenza di Ufo sul luogo del disastro.

Ci fu chi vide, chi non vide e chi fece finta di non vedere. E ci fu perfino chi giurò di aver visto il DC9 galleggiare integro in mare ipotizzando una sua successiva distruzione.

Poco a poco, però, qualche verità è affiorata di quella tragedia che accadde il 27 giugno 1980. Da allora se n’è occupato anche il cinema, ovviamente, che ci torna su oggi con Ustica di Renzo Martinelli dopo le esperienze di Marco Risi (Il muro di gomma, 1991), Romano Scavolini (Ustica, una spina nel cuore, 2001), Gianluca Cerasola e Giampiero Marrazzo (Sopra e sotto il tavolo, in libro e Dvd, 2011).

Tra indagine e finzione

Il film segue due tracciati. Il primo, quello più significativo, riguarda l’inchiesta in sé; il secondo vi inserisce una linea di finzione attorno ai casi personali di una fotografa che mette sull’aereo la figlia e non si dà più pace dopo l’incidente; una elicotterista compagna di un deputato che ritrova il Mig libico e un “testamento” del suo pilota, il deputato che dopo la morte sospetta della sua compagna elicotterista si mette contro tutti a cercare una verità alternativa a quella del “cedimento strutturale” e della “bomba a bordo” molto in voga nei mesi immediatamente successivi al disastro.

In molti passaggi i due tracciati si incrociano, tra silenzi imposti, vicende familiari, drammi individuali, tesi costruite ad hoc per depistare, tabulati radar cancellati, morti sospette (furono 16 nella realtà) di radaristi, militari, presunti testimoni scomodi. Nella sostanza e nella percezione della vicenda cinematografica, però, le due parti restano ben distinte. E se quella di finzione è utile soprattutto a trasformare l’indagine in film, accentuandone se possibile il percorso emozionale, quella d’inchiesta scrive una pagina interessante.

Impatto fortuito?

La tesi di Martinelli, piuttosto lineare, è che l’aereo dell’Itavia si sia spezzato in volo dopo l’impatto fortuito con un caccia americano lanciato all’inseguimento del Mig libico (precipitato poi sulla Sila dopo essere stato crivellato di colpi) che nel frattempo si era rifugiato sulla scia del DC9, facendosene scudo.

I motivi per i quali il Mig si trovasse nei cieli d’Italia scatenando il tallonamento dei jet di tre paesi (oltre gli americani c’erano francesi e i italiani, poi fatti ritirare dal comando Nato) non sono chiarissimi ma si possono riassumere nelle dichiarazioni fatte da Martinelli che racconta di come i Mig libici andassero a fare manutenzione nella ex Jugoslavia sistemandosi, con l’accordo dei nostri servizi segreti, sotto la pancia di aerei di linea maltesi sfuggendo anche al controllo americano.

L’Italia, all’epoca, aveva del resto molti buoni motivi commerciali per favorire il regime di Gheddafi, situazione sintetizzata da Andreotti che disse: “Abbiamo una sposa americana e un’amante libica”. Il caso volle, sempre secondo Martinelli, che quel giorno l’aereo maltese fosse in ritardo, come pure il jet dell’Itavia, tanto che ad un certo punto il pilota libico si rese conto di essersi messo sulla scia dell’aereo sbagliato.

Vocazione per la ricerca

Tutto questo, il film lo spiega con chiarezza convinta, sulla scorta di una ricerca lunga e scrupolosa sulle cinquemila pagine dell’inchiesta messa in piedi dal giudice Priore, oltre le testimonianze e le perizie. Non è detto, naturalmente, che si sia arrivati alla rivelazione e alla sentenza definitive e non è questa la sede per stabilirlo.

Qui è invece il caso di ricordare la vocazione di Renzo Martinelli per il cinema d’inchiesta, per la polemica politica spesso controcorrente, per la revisione storica degli eventi. Basterà ricordare, tra le sue realizzazioni, Porzûs (1997) sull’eccidio di partigiani autonomi della brigata Osoppo da parte di gappisti comunisti; Vajont (2001) sul disastro della diga che nel 1963 provocò la morte di duemila perone; Piazza delle Cinque Lune (2003) sul rapimento l’omicidio di Aldo Moro;  Il mercante di pietre (2006) sul background di un terrorismo islamico che rovesciò allora sul regista una pioggia di critiche e prese di distanza; e che oggi appare tristemente profetico.

Un cineasta che va al sodo

Si apprezza in Martinelli la qualità di artigiano del cinema, ricercatore e costruttore. Dell’opera sua, quasi, si vedono legni, giunture, bulloni, chiodi e fili elettrici per quanto, nonostante gli effetti speciali che come qua in Ustica gli sono necessari, interviene in ogni fase della lavorazione.

Non che il risultato artistico sia sempre all’altezza, ma la sua urgenza di andare, come si dice, al sodo, si avverte costantemente e lo scagiona da qualche carenza un po’ temeraria, specie nei segmenti di finzione. Come, ad esempio, avviene con la recitazione a tratti sbrigativa e attraverso il disegno di personaggi non sempre plausibili e compiuti.

Un cinema di sostanza più che di forma. Realistico e romanzato insieme. Dove gli attori, sebbene di valido peso, non sfuggono ad una certa marginalità. Caterina Murino è la mamma-fotoreporter che mette la figlioletta sul DC9, Marco Leonardi il deputato rinsavito dopo la morte della sua compagna elicotterista (Lubna Azabal), Tomas Arana un onorevole più incline all’insabbiamento che alla ricerca della verità. Da ricordare tra gli altri Federica Martinelli, Paco Reconti, Yassine Fadel. Un cameo per Enrico Lo Verso.

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