Claudio Trionfera

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Il cinema francese che, come succede spesso, sorprende. Lo fa anche adesso con Un profilo per due (in sala dal 31 agosto, durata 100’), opera terza di Stéphane Robelin che deve una certa fama al precedente E se vivessimo tutti insieme? (2012) girato con un cast importante che includeva, tra gli altri, Jane Fonda, Geraldine Chaplin e Pierre Richard suo protagonista anche oggi.  

Il profilo è quello social di Pierre (Pierre Richard, appunto), anziano e vedovo, bianco nella barba e nei capelli di lunghezza nobile, d’una grazia vaga ed amena. S’è chiuso in casa da quando, dopo cinquant’anni di matrimonio e d’amore, è morta sua moglie Marie, una Macha Méril che egli si riguarda in un filmino dov’è ritratta splendidamente quarantenne (per avere un’idea dell’epoca, a cavallo tra Profondo Rosso di Dario Argento e Mia dolce assassina di Claude Miller) prima di ritrovarsela nel finale, in altra veste e un po’ a sorpresa, nella sembianza odierna. Per scuoterlo da quell’abulico torpore, aprirlo in qualche modo al mondo e fargli dimenticare il passato sua figlia Sylvie (Stéphane Bissot) gli regala un computer: concedendogli anche i servigi del trentenne Alex (Yaniss Lespert) che lo introduca ai fondamenti della navigazione.

Se a ottant’anni si scopre il fascino “social”

A questo punto c’è qualcosa da sapere. Che poi è il nocciolo dell’intrico. Alex è fidanzato con Juliette (Stéphanie Crayencour), figlia di Sylvie dunque nipote di Pierre cui quel legame è ignoto perché frequenta poco anche la sua famiglia e ha da tempo rotto i rapporti con la nipotina. E quando il vegliardo, scuotendosi improvvisamente dall’apatia nella sterminata plaga di internet, scopre un sito d’incontri per cuori solitari, vi si iscrive trovando prospettive sognanti nella bellezza arcana della giovane Flora (Fanny Valette) con la quale, ardentemente corrisposto, scambia opinioni sospirose e profonde.

Quei nuovi orizzonti sentimentali

Al dunque, però, cioè al momento di mettere una foto sul proprio profilo e consapevole del suo status di ottantenne, Pierre non trova di meglio che postare l’immagine di Alex, col quale è entrato abbastanza in confidenza da costringerlo ad accettare il gioco: incluso un fatidico appuntamento che non tarderà a disegnare per il ragazzo – complice una crisi con Juliette e con la quale dovrà comunque fare i conti - nuove prospettive sentimentali. Anche nella vita dell’anziano e candido signore, che trasferendo su Alex tutta la sua rinnovata aspirazione all’amore e alla tenerezza, sembra rinascere in una dimensione sconosciuta. Pure se, si sa, che le bugie hanno le gambe corte e a volte basta un niente per far crollare un intero castello di carte…

Cyrano de Bergerac è dietro l’angolo. Un Edmond Rostand aggiornato e rivisitato nella cornice parisienne che contiene la storia, con una sponda su Bruxelles dove vive la Flora dei desideri. Non è la prima volta che il cinema pesca nel Cyrano. Lo ha fatto in altre sette occasioni nell’arco di un secolo fin dalla prima riduzione di Clément Maurice (1900) per arrivare a quella di Jean-Paul Rappeneau (1990), quasi tutte abbastanza fedeli e con la faccenda della celebre lunghezza del naso in primo piano.

La seconda identità dello scrittore indeciso

Va detto che qua, invece, i centimetri non c’entrano. Piuttosto è l’età a fare la differenza e a determinare i flussi del costrutto narrativo, con storie e caratteri che scorrono le une sugli altri incrociandosi in modo intelligente e spassoso. E dove ciascuno, tra i personaggi che vi si muovono, ottiene  importante rilievo e definizione: a partire, naturalmente dai tre attori principali tra i quali domina la magnifica recitazione di Pierre Richard cui forse il cinema, a parte un César Award alla carriera una decina d’anni fa, non ha ancora riconosciuto i meriti giusti. È il suo Pierre a muovere i fili del racconto, “usando” Alex, scrittore dall’indecisa ispirazione creativa, con tale svagata delicatezza da costruire su di lui una storia intrigante e una sorta di realtà seconda, favolistica, a tratti simpaticamente visionaria.

Emozioni e sfumature nello scambio di persona

Sicché la commedia romantica di Robelin, dove sbocciano gli amori sulla quintessenza del concetto di scambio di persona, prolifera e si stende su molti livelli, con modi garbati e propensione all’allegria, allo svago e alla ricreazione. Non solo allietando ma anche appassionando ed emozionando perché i sentimenti e tutte le loro sfumature restano sempre in primo piano nella ben articolata sceneggiatura scritta dal regista medesimo, nei toni caldi e intimisti della fotografia (di Priscila Guedes), nel passo morbido di una narrazione elegante e discreta.


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Voto: 3/5
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