Claudio Trionfera

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Càpita. Che due amici quaranticinquenni in crisi coniugale vadano in vacanza (reciprocamente) consolatoria portando con sé le rispettive figliole. E che uno dei due venga inesorabilmente tentato dalle fresche e audaci attrattive della figlia, non ancora diciottenne, dell’altro. Càpita.

Succede anche questo in Un momento di follia di Jean-François Richet, cineasta parigino cinquantenne - altri sei film e alcuni premi César alle spalle – che torna sulle tracce del compianto Claude Berri riportandone sullo schermo in forma di remake quel Un moment d’égarement (1977) che a suo tempo fece discutere parecchio i francesi con la sua storia un po’ audace. Tema, peraltro, assai stuzzicante per il cinema se pure Stanley Donen, nel 1984, lo riprese in Un giorno a Rio con Michael Caine e Joseph Bologna.

“Quella” notte sulla spiaggia
Fatto sta che questa versione numero tre, giustamente dedicata a Berri e prodotta da suo figlio Thomas Langmann, si rigenera con una certa intraprendenza nell’estate della Corsica dove, appunto, giungono in quattro: Antoine (François Cluzet) e Laurent (Vincent Cassel) con le rispettive figlie Louna di 17 anni (Lola Le Lann) e Marie (Alice Isaaz) di 18. 

La vacanza si dovrebbe consumare tra cielo, campagna e mare, facendo perno sulla vecchia ma bellissima dimora familiare di Antoine, grilli trillanti e qualche incursione notturna di bellicosi cinghiali oltre croccanti colazioni e qualche bicchiere di buon vino. In verità, al fianco di questi ingredienti, diciamo così costitutivi, c’è dell’altro. Perché nuovi grilli e di diversa natura incominciano a trillare nella testa di Louna che, consapevole della propria innegabile se pure acerba avvenenza, prende a stuzzicare in tutte le maniere Laurent. Il quale, complice una notte in spiaggia, un bagno svestiti e qualche bicchiere di troppo, cede miseramente (ma reattivamente) all’insidia. Momento di follia. Anzi due: di lei e di lui. Patatrac.

Tra gioco e passione
Di qui incominciano i guai. Specie per Laurent, pentito per quel che è capitato e con tanta voglia di dissociarsene, non ultimo perché l’intrico è che con la figlia (minorenne) del suo migliore amico. Difficile, però, sottrarsi all’accanimento e all’ostinazione – tra il ludico e il passionale – di Louna, che di lui s’è infiammata sul serio e lo assedia giorno e notte con un repertorio seduttivo fatto di disarmante genuinità. Insomma una lotta. Senza contare che, mentre Marie ha già mangiato la foglia ed è furiosa con l’amica, Antoine sospetta nulla ma è abbastanza risoluto nel suo tradizionalismo da lasciar presagire una tempesta una volta scoperta la tresca. Cosa che, puntualmente avviene aprendo la strada ad un finale sufficientemente agitato ma non distruttivo.

L’adolescenza e l’età adulta
Come un pesce nella rete. Laurent si dibatte con un destino in apparenza segnato. Ma la storia del film ha una sua morale e separa le logiche dell’adolescenza e dell’età adulta. Così che quella relazione, bizzarra anche per le circostanze e la cornice nelle quali si dipana, scivola con una certa innocenza, tra la casualità dell’evento in sé, il ritroso contributo dell’uomo e la candida irriducibile determinazione della ragazza. La domanda, in fondo, è: se Louna non fosse la figlia di Antoine come si comporterebbe Laurent? L’ombra remota di Lolita è davvero dietro l’angolo? La risposta non c’è e neppure è scritta nel vento della Corsica o nel sorriso enigmatico di Louna nell’ultima inquadratura del film.

Dalla commedia al dramma

Da una parte il quesito resta irrisolto, dall’altra parte questo lato della vicenda ne diventa il motivo di maggiore profondità, anche psicologica e, diciamo, di serietà. Se il racconto vi ruota in larga misura attorno non è però il caso di impantanarsi in riflessioni più grandi del film stesso. Che vuole essere – e certamente è e resta – una commedia sentimentale che durante il suo scorrere vira al dramma, trasformando radicalmente i rapporti – prima idillici, poi travagliatissimi - di tutti e quattro i personaggi principali. Si direbbe: cronaca di una degenerazione.

Nel segno della “normalità”
Il tocco è leggero, specie nella prima parte, quando i fili dell’intreccio si raccolgono e si muovono lentamente come i tentacoli di Louna attorno al collo (e a tutto il resto) di Laurent. L’aria è limpida e brillante come le relazioni senza ombre all’interno del quartetto. L’estate è profumata e malandrina. Il casolare fresco e accogliente, pure senza fantasmi pare stregato: titilla i sensi e aizza ardori giovanili. Fino, appunto, al momento di follia. In climi che Richet compone delicatamente, nel segno di una “normalità” che permette al film di non sconfinare in eccessive arditezze e restare costantemente nei confini di una rappresentazione morbida, agevole, divertente. Qualità che il film – naturalmente con minor divertimento ma maggiori intensità – conserva anche quando maneggia sostanze più drammatiche.

Piacciono molto gli attori. Vincent Cassel dà di Laurent un’immagine perfetta, con una misura che gli consente di creare un personaggio compiuto e molto vivace; accanto a lui François Cluzet propone con Antoine una maschera che sembra appartenergli da sempre. Tra le due ragazze Lola Le Lann nei panni di Louna ha più occasioni dell’altra di farsi notare.

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