Claudio Trionfera

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Che l’habitat temporale sia quello del 1980 non è un caso, perché la Storia del mondo sta accumulando energia per sprigionare cambiamenti importanti; e i testimoni di questi cambiamenti non possono che essere i giovani, capaci di assorbire e interpretare al meglio tutto ciò che il tumulto epocale, da Est a Ovest, sta generando. In questo senso – e a suo modo - Tutti vogliono qualcosa (Everybody Wants Some!!) di Richard Linklater (in sala dal 16 giugno) è un film sociologico che sparge il suo fluido sul costume e i comportamenti di una generazione: nello specifico americana, anzi “molto” americana, dai tratti però facilmente individuabili nella sua generalità.

Baseball e ragazze in shorts

Raccontarne la storia è improponibile. La vicenda, corale, si sviluppa nell’arco del weekend che precede l’inizio dei corsi in un college del Texas. Dove arriva Jake (Blake Jenner) trovando, nella dimora che li ospita, quelli che saranno i suoi compagni della squadra di baseball e di ventura universitaria: Roper (Ryan Guzman) e McReynolds (Tyler Hoechlin) un po’ gradassi e galletti, l’effervescente Finnegan (Glen Powell), il fumatissimo guru delle droghe Willoughby (Wyatt Russell), lo svagato sconvolto Nesbit (Austin Amelio), l’indagatore dell’erotismo Jay (Juston Street) e via così con Coma (Forrest Vickery), Plummer (Temple Baker), Brumley (Tanner Kalina), materassi ad acqua allaganti ed esplodenti, stormi e frotte di fanciulle svolazzanti in shorts che diventano, inevitabili e calamitanti, l’unica ragion d’essere per quei ragazzoni impegnati nell’inesausta ricerca  della loro parte più intima e riposta. Una di loro, la bambolotta  Beverly (Zoey Deutch) così perbene e lattemiele tra tante facili prede, colpirà al cuore Jake, unico maschio a sciogliersi davvero in quel clima un po’ di caserma o lupanare. Con tutto il rispetto.

Quelle ultime 72 ore di energia

Vita tutt’altro che da atleti, insomma, nonostante il coach invochi comportamenti irreprensibili. Il lanciatore Jake e i suoi compagni di squadra (di studi non si parla mai, però) sono per lo più grandi bevitori e cacciatori, usiamo un eufemismo, di femminucce. Quest’ultimo aspetto, invero ossessivo. Linklater, ribadendo i suoi concetti di base su ciò che regola il corso degli eventi e della vita, costruisce il racconto in una dimensione temporale sospesa fatta di soli punti, nessuna linea. Macchie narrative estemporanee e molto colorate, personaggi abbastanza vividi, tracce d’esistenza sparse in 72 ore di energia e di irrequietezza, a tratti perfino scellerata ma sempre in sintonia con le logiche di un’età senza pensieri.

Come un bizzarro “addio al celibato”

L’unica linea, se mai, è quella che unisce, nella traiettoria del cineasta di Houston, questo film al suo La vita è un sogno (1993) del quale pare essere la continuazione ideale e in qualche modo cronologica; meno evidente il legame con il suo penultimo Boyhood (2014), cui si può riferire nella “filosofia” d’approccio. Così, in questa sorta di addio al celibato (in definitiva sono gli ultimi tre giorni di libertà prima dell’avvio delle lezioni) volano frasi tipo “i confini sono dove ognuno li trova” e avanti di questo passo, il gruppo pare muoversi all’unissono, ciascuno nella sua individualità ma nella corrente comune. All’interno di un immenso contenitore che, alla fine dei giochi, diviene la componente più persuasiva e convulsa del film: una specie di tour nella way of life d’America all’inizio degli 80’s, come dentro uno sterminato lunapark. Dove le attrazioni, oltre le ragazze, le canne e i fiumi di birra sono i pub, i locali disco, i club punk e quelli country, a generare un’immagine di apertura esistenziale accostata (anche) ai diversi stili musicali. Destinati a diventare, appunto, stili di vita.

Elettrica emozione musicale

Dire che tutto questo sia convincente fino in fondo è un po’ temerario. Senza mette in discussione il talento – peraltro dimostrato - di Linklater, la sua andatura quasi impressionista, per non dire pointilliste alla Seurat, di rappresentare il tempo e i tempi narrativi entro i quali si muovono i personaggi, non è sempre compiuta e lascia la sensazione che al film – e spesso al suo cinema costruito “a denti stretti” – manchi qualcosa. Come se non si riuscisse a perforarne la superficie. Ciò che non manca, piuttosto, è la musica. Qualcosa come 45 brani riversati sul racconto, spalmati ovunque e assolutamente – questi sì – eccitanti e funzionali. Prendiamo a caso Brian Eno, ZZ Top, Johnny Lee, Frank Zappa, Blondie, Dire Straits, The Cars, Pink Floyd, Queen, Van Halen, Patti Smith, Devo, Pete Townshend - solo per dire dei più popolari - e si avrà il quadro d’una emozione elettrica singolare e tonica. Se al fianco la dimensione cinema fosse davvero realizzata e rotonda, ogni cosa sarebbe perfetta.

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