Cinema

Tony Scott, una vita all'ombra di Ridley

Dura la vita, se fai il regista e tuo fratello ha diretto “Alien” e “Blade Runner”. Ma il cineasta inglese, suicida a Los Angeles, non era uno sprovveduto: ha diretto molte star e girato film amatissimi dal pubblico.

Il regista Tony Scott, morto suicida (Credits: AP Photo/Gus Ruelas)

Se non sapevate chi era Tony Scott, non dovete sentirvi in colpa: i suoi film erano molto più famosi di lui. Da Revenge, con Kevin Costner al meglio del suo splendore da sciupafemmine, a Nemico pubblico, con un angosciato Will Smith braccato dai servizi segreti. Per non parlare di Spy Game, con la coppia d'assi Robert Redford-Brad Pitt, e dell'ultimo, Unstoppable, con il suo attore preferito, Denzel Washington, con cui ha girato molti titoli di successo (Allarme Rosso, Man On Fire, Déjá Vu). Film spettacolari, i suoi, salutati quasi sempre  con singolare sintonia dal favore del pubblico e dal sarcasmo dei critici, ai quali lo stile adrenalinico del regista inglese non piaceva granché. Era stato sempre così, fin dal 1986, anno in cui Scott realizzò il suo più grande successo: Top Gun. Un'avventura che ha fatto di Tom Cruise una superstar ed è piaciuta talmente tanto al pubblico da essere riproposta nelle sale americane l'anno scorso, per festeggiarne i 25 anni.

Inevitabilmente, la notizia del suicidio di mister Scott ha scatenato la solita girandola di illazioni sui motivi che possono aver spinto un uomo di 68 anni, ricco, famoso e stimato, con una bella moglie e due splendidi figli, a buttarsi da un ponte di Los Angeles. Se permettete, ci asteniamo dal coro, per rispetto e mancanza di indizi. Preferiamo se mai ricordare che, nel corso della sua carriera, oltre ai divi già citati Tony ha diretto tra gli altri Robert De Niro, John Travolta, Chistopher Walken, Gene Hackman, Bruce Willis, Keira Knightley, Susan Sarandon e Nicole Kidman.

Con queste frequentazioni, non doveva essere proprio una mezza tacca. E chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la programmazione televisiva, sa che un film di Scott, anche alla decima replica, raccoglie sempre un discreto bottino di share. Nessuna sorpresa, insomma, se a Hollywood oggi molti sono disperati. Oltre a essere un gran signore, aveva fatto guadagnare un sacco di soldi agli studios, esaltando al tempo stesso il carisma dei suoi attori.

Eppure, nonostante tutto, Tony aveva un problema, da sempre: un cognome terribilmente ingombrante. Scott, come Ridley Scott, suo fratello. I due non hanno mai avuto un rapporto conflittuale, anzi hanno iniziato insieme: l'esordio nello show business di Tony, allora sedicenne, è come protagonista nel primo corto girato dal fratello maggiore, Boy & Bicycle. Un predestinato, Ridley: il suo primo bellissimo film, I duellanti, gli vale il premio per la miglior opera prima a Cannes e i commenti entusiastici di Roberto Rossellini, presidente della giuria. A seguire, firma Alien e Blade Runner, film per i quali sarebbe davvero imbarazzante spendere commenti.

In parole povere, nel 1982, a soli 45 anni, Ridley Scott aveva già lasciato nella storia del cinema un'impronta più significativa di quella del 99 per cento dei registi e, se avesse passato il resto della sua vita a friggere patate su Rodeo Drive, sarebbe rimasto comunque nei libri di testo. Se a questo aggiungiamo che, invece, ha girato altre pellicole di culto come Thelma & Louise e Il gladiatore, si capisce che la fama di genio che lo circonda è più che meritata.

Un livello, il suo, al quale Tony (come migliaia di altri cineasti) non può competere: è sempre stato un bravissimo artigiano, un maestro di tecnica applicata però a copioni in cui il tono di voce è sempre alto, il ritmo conta più della coerenza, spari e cazzotti prevalgono sui dialoghi. Quando giri film del genere, vinci fin quando il botteghino ti dà ragione; basta un flop, però, per ridare voce a chi non ha mai creduto in te. Sarebbe ridicolo anche solo pensare che Scott si sia ucciso per questo, ma di certo i paragoni gli hanno fatto male.

Tony non era un fuoriclasse, ma neanche uno sprovveduto. Per vedersi riconosciuti i suoi meriti senza “se” e senza “ma”, però, avrebbe dovuto essere figlio unico. Mentre arrivavano le prime notizie sul suo tragico volo dal Vincent Thomas Bridge, mi è venuto in mente Yohan Blake, lo sprinter giamaicano protagonista delle ultime Olimpiadi. Nei 100 e 200 metri ha realizzato tempi mostruosi, eppure è arrivato secondo. La sua colpa? Fare lo stesso mestiere di Usain Bolt, l'uomo più veloce di tutti i tempi, l'unico al mondo capace di batterlo. E quando un numero uno ti attraversa la strada, nessuno ti perdona di essergli inferiore.

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