Cinema

Timbuktu, il film mauritano contro l'estremismo in corsa per l'Oscar - Trailer

Abderrahmane Sissako ci racconta la violenza jihadista in Mali, taciuta dalle cronache internazionali

Timbuktu

Simona Santoni

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Timbuktu del regista mauritano Abderrahmane Sissako ci porta dentro una pagina di storia recentissima, così attuale e collegata a tante terribili cronache recenti, dalla strage di Parigi alla rivista Charlie Hebdo alle decapitazioni di ostaggi da parte dell'Isis. Dal 12 febbraio al cinema, distribuito da Academy2, è in corsa per l'Oscar come miglior film straniero. 

Nel 2012 Timbuktu, antica città del Mali, è stata occupata da jihadisti che hanno portato violenza e controllo assoluto sugli abitanti, fino alla liberazione da parte delle truppe francesi.

"Il 29 luglio del 2012 ad Aguelok, una piccola città nel nord del Mali, un crimine inspiegabile ebbe luogo. Un crimine sul quale i mezzi di comunicazione di tutto il mondo chiusero gli occhi", racconta il regista, nato in Mauritinia ma cresciuto per alcuni anni in Mali, Paese paterno. "Una coppia di due trentenni, genitori di due figli, sono morti lapidati. La loro unica colpa era di non essere sposati. Il video del loro assassinio, che è stato pubblicato sul web, è mostruoso. La donna muore colpita dalla prima pietra, mentre l'uomo butta fuori un urlo disperato. Poi silenzio. Aguelok non è Damasco o Tehran. Non è trapelato niente di questa storia".

Ecco il trailer italiano di Timbuktu:

Non lontano da Timbuktu, occupata dai fondamentalisti religiosi, in una tenda tra le dune sabbiose vive Kidane (Ibrahim Ahmed), in pace con la moglie Satima (Toulou Kiki), la figlia Toya (Layla Walet Mohamed) e il dodicenne Issan (Mehdi A.G. Mohamed), il giovanissimo guardiano della loro mandria di buoi. In paese le persone soffrono sottomesse al regime di terrore imposto dai jihadisti determinati a controllare le loro vite. Musica, risate, sigarette e addirittura il calcio, sono stati vietati. Le donne sono state obbligate a mettere il velo ma conservano la propria dignità. Ogni giorno una nuova corte improvvisata emette tragiche e assurde sentenze. Kidane e la sua famiglia riescono inizialmente a sottrarsi al caos che incombe su Timbuktu. Ma il loro destino muta improvvisamente quando Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pastore che aveva massacrato Gps, il bue della mandria a cui erano più affezionati. Kidane sa che dovrà affrontare la corte e la nuova legge che hanno portato gli invasori.

"Qualche anno fa (nel 2006) ho girato una sequenza di un film western Bamako, con Denny Glover, questa sequenza è stata girata a Timbuktu che era, in quel periodo, un luogo straordinario di tolleranza e scambi", spiega Sissako. "Giravamo proprio davanti la moschea e nessuno si è sentito minacciato o offeso da questo, di tanto in tanto fermavamo le riprese per lasciare passare le persone che andavano a pregare. È questo il vero Islam ed è per questo che l'occupazione di Timbuktu, da parte di persone provenienti da altri luoghi è simbolica. Timbuktu è un luogo mitologico, tutti ci sentiamo feriti dalla sua occupazione. L'occupazione della città, nel 2012, è durata un anno. Un anno durante il quale tutta la popolazione è stata presa in ostaggio. Un anno durante il quale i media si sono soprattutto focalizzati sugli ostaggi occidentali rapiti in questa parte del mondo".

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