Claudio Trionfera

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Noi due non abbiamo niente da dirci”. Incomincia così la storia di Barack Obama e Michelle Robinson, all’inizio di una giornata estiva del 1989 a Chicago.
A pronunciare la frase, per nulla profetica, è lei, avvocato, designata tutor di lui dallo studio legale dove il futuro presidente degli Stati Uniti, fresco di laurea ad Harvard, deve far pratica.

E incomincia così anche il film, Ti amo Presidente (in sala dal 17 novembre), del trentunenne attore, produttore e da oggi anche regista del New Jersey Richard Tanne, destinato con fiori e colori rosa ad accompagnare di questi tempi il passo d’addio di Obama alla Casa Bianca. In poco meno di novanta minuti sono raccolte le dodici ore e forse qualcosa di più durante le quali, tra un bisticcio e l’altro, una mostra d’arte, un film e un’assemblea di periferia i due arrivano non solo a conoscersi meglio ma anche a comprendere che i loro percorsi individuali, da quel momento, cambieranno direzione.

Corteggiamento discreto
Non proprio uno scontro, all’inizio, ma quasi, come nella più classica delle tradizioni cinematografiche di genere sentimentale.
Al lieve, discreto corteggiamento di lui, Michelle oppone una difesa garbata ma ferma, disegnando quella linea di confine che a poco a poco si assottiglia e scolorisce davanti ad una rapida, progressiva convergenza d’interessi sociali e culturali oltre l’evidente qualità intellettuale di quello strano allampanato tipo “con le orecchie da Dumbo” come lei lo definisce.

Così ecco i quadri del pittore afroamericano Ernie Barnes in pieno elogio del movimento New Negro; la riunione in un quartiere nero per reclamare un centro sociale dove Barack s’impone con singolari doti oratorie e politiche; quindi un drink e il cinema, a vedere il film del quale tutti parlano, Fa’ la cosa giusta di Spike Lee. Oramai le barriere sono cadute e nella sera che cala ci scappa il bacio. Il futuro? È già scritto.

Dalla parte di lei
Giornata intensa e morbida, scorrazzante per la città a bordo dell’automobile giallo-pallido, sgangherata e rugginosa di Barack. Interessante l’angolo di prospettiva: più che la distanza oggettiva rispetto alla coppia protagonista il film sembra seguire gli eventi dalla parte di Michelle (Tika Sumpter), anche nell’evoluzione dei suoi sentimenti, dall’apparente indifferenza al rispetto e all’ammirazione fino, appunto, all’invaghimento, alla “cotta”.

Certo è meno girevole e più statica la parte di lui, per la quale si privilegia una discreta rassomiglianza fisica (l’attore Parker Sawyers in realtà è un po’ più scuro dell’originale che i dialoghi, in maniera simpaticamente canterina, ricordano figlio di un nero e di una bianca “come fossero Nat King Cole e Patsy Cline”), mentre modi e portamento restano appena ingessati, magari a favore di una vivace attività intellettuale e dialettica.

Ti amo Presidente (che in originale suona Southside With You) vuol segnare la nascita di una storia d’amore belle e durevole. E ovviamente, ancora prima, essere un omaggio al Presidente americano e alla sua first lady nel momento del passaggio di staffetta con Donald Trump nella stanza ovale di Washington.

Anche per questo il racconto che ne scaturisce non ha troppi sussulti, modellato su una inevitabile riverenza verso quelle figure e per ciò mitigato anche nello stile narrativo che diviene sereno, pacato, si direbbe educatamente sussurrato.

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