The Hateful Eight
Cinema

The Hateful Eight, il western prolisso di Quentin Tarantino: 5 cose da sapere

Sulle note gloriose e arrembanti di Morricone, un film meno arrembante che rimescola in chiave inedita gli ingredienti tipici tarantiniani

"Avvicinati, lento come la melassa", dice il "Boia" Kurt Russell al suo "amico nubiano" Samuel L. Jackson nell'ottavo film di Quentin Tarantino. E come la melassa nera, The Hateful Eight procede scuro e corposo, a ritmo tutt'altro che arrembante, avvolgendo e lasciando evidenti tracce addosso, e poi scivolando via. 

Sicuramente western, ma anche dramma teatrale e giallo, The Hateful Eight ha molti dei soliti addendi tarantiniani (violenza, cinismo, estetica abbacinante, dialoghi mordaci, sangue), ma distribuiti diversamente dal solito e in dosi dispari, con indubbio mestiere ma minore presa emotiva. Non troviamo quel gusto croccante, pieno e assoluto, con cui si divora ogni volta un film alla Quentin.

Dal 4 febbraio al cinema, ecco 5 cose da sapere su The Hateful Eight:

 

1) Un Quentin Tarantino meno travolgente

L'inizio di The Hateful Eight è magnifico e da scolpire nella memoria, con un dichiarato omaggio a Ombre rosse. Neve, monti, alberi e neve. Siamo in Wyoming nella finzione, in Colorado nella realtà. La macchina da presa si sofferma sul volto di un Cristo in croce ligneo, innevato. Una diligenza tirata da sei cavalli corre in quei paesaggi dimenticati di bellezza stordente.
È in queste prime e uniche scene in esterno che si compone il primo quartetto: il cacciatore di taglie detto il Boia (Russell), che sta portando al patibolo la temibile Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), ospita a bordo della diligenza, con pochissimo entusiasmo, il maggiore Marquis Warren (Jackson) e il presunto neo-sceriffo di Red Rock Chris Mannin (Walton Goggins). 
Per trovare riparo dalla bufera incombente, si fermano all'emporio di Minnie, dove però non trovano Minnie ma altri quattro strani ceffi: il boia di Red Rock, ovvero il mellifluo e raffinato Oswaldo Mobray (Tim Roth), il silenzioso Joe Gage (Michael Madsen), il vecchio ex generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern) e il messicano tuttofare Bob (Demián Bichir). Comincia un nuovo capitolo narrativo e stilistico e l'emporio diventa una sorta di quinta teatrale, dove in maniera un po' claustrofobica gli otto più uno (c'è anche il cocchiere O.B. interpretato da James Parks) danno vita a un corposo e lunghissimo tafferuglio verbale. Tanti dialoghi, tante parole, la verbosità e la ricerca della battuta a effetto prende piede a scapito dell'incisività. Siamo a pochi anni dalla guerra civile americana e ancora gli animi sono caldi. Tra quegli otto maledetti qualcuno non è chi dice di essere, ma la tensione non si aizza a dovere, sale poco e troppo lentamente.  
Sul finale, quando non te l'aspetti più e forse quasi non la vorresti più, ecco che torna la zampillante allegra violenza pulp tarantiniana: sangue a fiotti, teste che esplodono, denti che saltano. L'ultima sequenza, sulle finte parole di Lincoln, è un ottimo colpo di coda di Quentin.

2) Un western (mystery) senza eroi

"Io sono il giocoliere dei generi cinematografici", ha detto Quentin nei giorni scorsi a Roma. "Il pubblico che va a vedere un mio film paga un biglietto e ne vede quattro o cinque di film e anche questa volta ho mescolato il western con il giallo da camera alla Agatha Christie e con l'horror".
Gli otto maledetti richiamano i Dieci piccoli indiani o i Tre topolini ciechi della Christie (c'è anche la scena del pianoforte!), ma super Tarantino questa volta non ha quella sottigliezza tagliente che prepara al furente epilogo
Quella di Quentin è "una storia senza un eroe attorno a cui gravitare", come ha detto lui stesso. Eroi non ce ne sono, i suoi personaggi sono tutti luridi e marci. È chiara però la simpatia del regista sceneggiatore verso il personaggio di Jackson, unico nero con la lingua affilata contro tanti biechi pregiudizi. 
Emerge inoltre meravigliosamente, sporca, selvaggia, rude, la latitante Daisy, che ricorda la carcerata Pennsatucky della serie tv Orange is the new black: Jennifer Jason Leigh è candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista e ha tutte le carte in regola per vincerlo. Le sue rivali più agguerrite Kate Winslet di Steve Jobs e Alicia Vikander di The Danish girl.

3) Morricone in grande stile

Le nomination agli Oscar per The Hateful Eight sono tre. Oltre a quelle per Jennifer Jason Leigh e per la fotografia di Robert Richardson, quella che ci interessa da vicino è per le musiche di Ennio Morricone, già vincitore del Golden Globe. Non è un caso se per la prima volta dopo tempo la sceneggiatura (prolissa e poco frizzante) di Quentin non sia stata candidata.
È invece esaltante e arrembante la colonna sonora del compositore italiano. È protagonista anche lei, grintosa, tesa, con scoccar di fruste e sibilo di vento.
L'Overture, che apre la versione integrale, si insinua tra le emozioni, solletica l'inquietudine, diverte e turba

4) Un'America pacificata ma ancora razzista

"Forse lo erano Bastardi senza gloria e Django Unchained. Ma non The Hateful Eight. Questo film non è politico", ha detto Quentin Tarantino, ammettendo però che "alcuni eventi, accaduti durante le riprese, hanno reso questo lavoro molto più attuale di quanto non fosse all'inizio".
Il riferimento è ai diversi episodi di cronaca di ragazzi di colore uccisi da poliziotti americani. Tarantino ha anche partecipato a manifestazioni contro la politica di violenza e brutalità della polizia, inemicandosela e inducendola a boicottare il suo film.
Ambientato nella seconda metà dell'Ottocento, con le scorie della guerra civile ancora nell'aria e lo scontro ideologico per nulla sopito, in The Hateful Eight il razzismo è declamato senza fronzoli: "Quando i negri hanno paura i bianchi sono al sicuro". La replica del maggiore nero: "L'unico momento in cui i neri sono al sicuro è quando i bianchi sono disarmati". 

5) Cara amata pellicola

Il digitale? "Non mi interessa", parola di Quentin. The Hateful Eight è stato infatti girato in pellicola nel glorioso formato panoramico, una variante del 70mm chiamata Ultra Panavision 70, che amplia ancor di più l'immagine sullo schermo ed è un'autentica esaltazione dell'arte cinematografica. Sono solo tre in tutta Italia le sale che proiettano la versione originale (3 ore e 8 minuti) in pellicola: l'Arcadia di Melzo (Mi), il Cinema Lumière della Cineteca di Bologna, il Teatro 5 di Cinecittà Studios a Roma. Nelle sale in digitale il film arriverà anche nella versione accorciata di 2 ore e 47 minuti.
La pellicola rispetto al digitale rende le immagini più calde e viscerali.
Il film esce in 600 copie, distribuito da Leone Film Group dei figli di Sergio Leone in collaborazione con Rai Cinema e 01 Distribution.

Voto: 3/5
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