Synecdoche, New York, il film con Philip Seymour Hoffman: intervista a Martino Gozzi

Lo scrittore analizza il debutto alla regia di Charlie Kaufman, brillante sceneggiatore che per la sua opera prima usa come titolo un gioco di parole: "Un circuito di senso"

Charlie Kaufman sul set di "Synechdoche, New York" – Credits: Bim Distribuzione

Simona Santoni

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Dal 19 giugno arriva nelle sale italiane Synecdoche, New York, esordio alla regia di Charlie Kaufman, sceneggiatore di riferimento di Michel Gondry e Spike Jonze, vincitore del premio Oscar per Se mi lasci ti cancello
Il film è datato 2008 ma arriva solo ora in Italia per opera di Bim Distribuzione. Con emozione, ci troviamo di fronte Philip Seymour Hoffman, quando ancora la morte pareva cosa così distante da lui (è scomparso nel febbraio di quest'anno per overdose). Eppure il lungometraggio è un continuo riferimento alla morte e alla paura di morire, affronta la malattia, la disperazione, la solitudine, i problemi relazionali, la metafisica e il mal d'amore. È la complessa e confusa epopea di un uomo che si ritrova sempre solo.

Kaufman ovviamente è anche autore della sceneggiatura, che nel titolo ha un curioso gioco di parole tra Schenectady, città statunitense dello stato di New York in cui è ambientata la vicenda, e sineddoche, figura retorica.
Incontriamo Martino Gozzi, scrittore e uno dei docenti della scuola di scrittura Holden di Torino, fondata Alessandro Baricco, e con lui parliamo di Synechdoche, New York.

Charlie Kaufman, dopo una carriera ricca di riconoscimenti quale sceneggiatore (Essere John Malkovich, Confessioni di una mente pericolosa, Se mi lasci ti cancello) debutta alla regia con Synecdoche, New York. Quale preferisce delle sue opere e perché?
"La mia preferita è Se mi lasci ti cancello. Senza dubbio. Si tratta di un film a cui sono emotivamente molto legato, e credo di non essere il solo a sentire questo attaccamento speciale verso Joel e Clementine. Ma per ragioni diverse anche i due film precedenti mi avevano sorpreso, in particolare Confessioni di una mente pericolosa. Ricordo di averlo guardato decine di volte, meravigliato, a ogni visione, dalle continue invenzioni della sceneggiatura".

Le sceneggiature di Kaufman sono sempre ricche di svolte e simbolismi che richiedono un processo di scrittura lungo e articolato. Può parlarci del suo approccio alla scrittura?
"Credo che chiunque abbia pubblicato qualcosa – o visto prodotto un proprio testo – si sia sentito almeno una volta come Nicholas Cage nel Ladro di orchidee, dove interpretava Charlie Kaufman. Solo, sudato, disorientato, in balia dei dubbi. Ma la scrittura è anche un percorso di scoperta, un viaggio, un’avventura non sempre solitaria e, alla fine, proprio come nel Ladro di orchidee, qualcosa fiorisce".

Nella vita di Caden, il protagonista di Synecdoche, New York, si riassumono le ossessioni dell'autore, il quale vorrebbe dirigere la propria vita così come fa con i suoi personaggi. È possibile che Kaufman abbia fatto riferimento ad autori italiani come Pirandello e Svevo?
"Credo proprio di sì. Le opere di Svevo e Pirandello non appartengono solo alla tradizione italiana: sono patrimonio della letteratura mondiale. In fondo, a pensarci bene, quanto deve un autore come Woody Allen alle riflessioni di Pirandello?".

L'ossessione per la malattia e la morte. Lo sdoppiamento dei personaggi in un gioco di specchi infinito. L'alterazione costante della realtà. Sono alcune delle tematiche della scrittura di Kaufman. Quali altri scrittori o meglio ancora sceneggiatori ne hanno parlato altrettanto efficacemente?
Mi vengono in mente alcuni nomi, tra i più grandi in circolazione in questo momento. Tra i cineasti, Paul Thomas Anderson e Michael Haneke. Tra gli scrittori, Emmanuel Carrère, Paul Auster, il premio Nobel sudafricano JM Coetzee".

Synecdoche, New York è un gioco di parole tra il nome della cittadina dove vive il protagonista (Schenectady) e la figura retorica della sineddoche. Anche alla luce della visione del film come interpreta questo titolo?
È un titolo geniale! Sono sempre attratto dai titoli che giocano con le parole, creando corto circuiti di senso. E poi apprezzo il coraggio – la sfrontatezza, addirittura – dei titoli di Charlie Kaufman. Quanti altri autori avrebbero scelto una figura retorica per dare titolo a un film, oppure il verso di una poesia di Alexander Pope, come è stato per Eternal Sunshine of the Spotless Mind?".

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