Sylvia Kristel, addio a Emmanuelle

L'attrice olandese è scomparsa a soli sessant'anni. Ha fatto sognare gli uomini di tutto il mondo, interpretando negli Anni 70 una ragazza bellissima e senza tabù, diventata il simbolo della liberazione sessuale

Sylvia Kristel, Emmanuelle (Ansa)

Alberto Rivaroli

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Ci sono parole che fanno la differenza, parlano di te e della sua storia.
Thoeni, Re Cecconi, Rimmel, Panatta, Watergate: per chi è stato ragazzino negli anni 70, più che nomi questi sono totem, ricordi indelebili che non hanno bisogno di spiegazioni. Per chi ha meno di trent'anni, invece, sono oscuri come geroglifici. All'elenco di icone dei Seventies si può tranquillamente aggiungere un altro nome: Sylvia Kristel, l'interprete di Emmanuelle, film culto di quei tempi. Lei, la ragazza che ha fatto scoprire il desiderio a decine di milioni di adolescenti. Gli stessi che oggi, a 50 anni o giù di lì, hanno scoperto che l'attrice olandese è morta, stroncata da un tumore a soli 60 anni, e si sono sentiti strani, tristi.

Come se a morire non fosse stato un sex symbol di fama mondiale, lontano e iraggiungibile, ma quella che una volta sognavi come se fosse la più bella del liceo, della facoltà o dell'ufficio (a seconda dei casi e dell'età). Un'amica, insomma. Una di noi.

È difficile raccontare la storia di una donna che è stata tutto e niente. Tutto, perchè - pur nella più assoluta inconsapevolezza - la Kristel si è ritrovata nella storia del cinema; niente, perché la fama è durata pochissimo e non le ha portato né fortuna né richezza, acuendo anzi l'infelicità che purtroppo per lei è stata sempre il suo segno distintivo. Eppure, nonostante una carriera breve e inconsistente, virtualmente conclusa da decenni, nessuno si è dimenticato di lei.

Il suo nome appare per la prima volta nel 1973, stampato su un poster passato alla storia come il film che doveva lanciare. Ritrae una ragazza bellissima e seminuda, seduta su una poltrona di vimini. Si chiama Emmanuelle, ed è la protagonista di un film che oggi appare datato e anche un po' ridicolo, ma che all'epoca ebbe l'effetto di una bomba: del resto, in quegli anni, perfino il divorzio (almeno in Italia) faceva scalpore. Figuriamoci le marachelle erotiche di una giovane moglie che dà vita con il marito sporcaccione a un ménage apertissimo, in cui non è strano concedersi a uno sconosciuto (anzi, a due) durante un volo intercontinentale.

Sulla carta sembrava il classico divertissement per segaioli: quando però il film (ispirato all'omonimo bestseller di una certa Emmanuelle Arsan) comincia a incassare vagonate di quattrini, qualche testa fina s'inventa la differenza tra i film erotici (come appunto Emmanuelle) e il pornazzo classico come quelli con John Holmes. Così la reputazione di chi va ad arrazzarsi al cinema è salva, e gli incassi ne risentono: il film, costato 500.000 dollari e uscito nella più totale indifferenza, ne incassa cento milioni. Gli amplessi bisex della sfolgorante protagonista, ambientati su spiagge esotiche o in ville da sogno, fanno breccia nell'immaginario maschile. Oggi in tv si vedono scene più scabrose anche alle 5 del pomeriggio, ma ai tempi il testosterone andava alle stelle, come confermano gli innumerevoli sequel.

Sylvia è la ragazza che toglie il sonno: per l'ex modella, figlia ribelle di due cattolicissimi albergatori di Utrecht, sembra arrivata la svolta. La liberazione sessuale ha trovato il suo simbolo, ma di soldi ne girano pochi: per girare il suo cult movie si mette in tasca appena 6.000 dollari, una cifra davvero ridicola, e deve fare i conti con una realtà a doppio taglio. È vero, è diventata famosa, ma ben presto si accorge che avere un altro ruolo sarà praticamente impossibile.  Anche perché, se accetti di girare Emmanuelle l'Antivergine, Goodbye Emmanuelle e Emmanuelle 4, poi non puoi pretendere che a qualcuno interessi scoprire se, oltre a un corpo da favola, hai anche un grande talento.

Intendiamoci, la Kristel sarà anche stata poco abile a gestire il suo momento magico, ma va detto che di fortuna, nella vita, ne ha avuta sempre poca. La sua autobiografia, Svestendo Emmanuelle, racconta infatti una storia deprimente, che parte con l'indifferenza dei genitori, prosegue con gli abusi subiti a nove anni da un cliente dell'albergo di famiglia e, dopo l'exploit cinematografico, accanto ai flop professionali contempla amori sfortunati, storie occasionali, gravi problemi di droga e alcolismo e, nel 2004, la scoperta di un tumore alla gola.

Un male che sembrava guarito ma che, alla luce degli ultimi tragici sviluppi, in realtà probabilmente non lo era. Lascia un figlio, Arthur, che ormai ha quasi quarant'anni e fa il barista ad Amsterdam. «Quando ha visto Emmanuelle per la prima volta, non molto tempo fa, ha resistito un quarto d'ora, poi si è addormentato», raccontò la Kristel. «Ha detto che era troppo noioso...».

È sempre stata un tipo spiritoso, Sylvia, e il cliché di diva sexy le andava stretto. L'ironia, però, è un lusso che non si è mai potuta concedere, perché per tutti è rimasta Emmanuelle.

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