Cinema

Simone Riccioni: "Tiro Libero è la mia nuova sfida"

Intervista a Simone Riccioni, protagonista del nuovo film di Alessandro Valori, al cinema dal 21 settembre. Nel cast ci sono Nancy Brilli e Paolo Conticini

Simone Riccioni Tiro libero

Francesco Canino

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Il cambiamento inaspettato, quello indispensabile quando la vita ti mette di fronte ad ostacolo che sembra insormontabile. È questo uno degli snodi centrali di Tiro Libero, il nuovo film del regista Alessandro Valori, nei cinema dal 21 settembre, prodotto dalla Rainbow di Iginio Straffi - il papà delle Winx - e da Linfa Crowd 2.0. Il protagonista è Dario, 25enne giocatore di basket, bello e arrogante, che improvvisamente deve fare i conti con la malattia: ad interpretarlo è Simone Riccioni, giovane attore classe 1988, considerato uno dei talenti emergenti del cinema italiano, che della pellicola è anche produttore.

Simone, partiamo dal minuto zero. Com'è nata l'idea di Tiro Libero? 

Durante un viaggio in auto verso Roma dalla mia Macerata. L'idea embrionale è mia e di Jonathan Arpetti: siamo partiti convinti di farne un libro ma ci siamo accorti che era una storia perfetta per il cinema. Così abbiamo camminato su binari paralleli: Valentina Capecci ha scritto la sceneggiatura e noi il libro uscito per Sperling & Kupfer

La scelta di uscire in contemporanea con libro e film è piuttosto atipica. Funziona? 

È atipica ma molto ragionata. In poche ore abbiamo avuto delle ottime risposte anche grazie all'attività social. Il trailer ha fatto un milione di visualizzazioni e sta trainando il libro. 

Scendiamo nel dettaglio. Chi è Dario? 

È un 25enne che ha tutto dalla vita. Il successo, donne, una famiglia ricca che lo protegge: pensa solo a giocare e sballarsi, è un campione di basket destinato a diventare un numero uno. Poi il fato lo porta a scontrarsi con una malattia invalidante: durante un'importante partita di campionato, cade a terra e gli viene diagnosticata la distrofia muscolare

A questo si aggiunge la condanna per aver insultato e umiliato una ragazza, che lo porta in un centro di riabilizazione per disabili. Lì cosa accade? 

Viene chiamato ad allenare la squadra di basket di un gruppo di ragazzi in carrozzina e incontra Isabella, una volontaria, con cui si scontrerà subito. Ma a quel punto cambia tutto e per Dario arriva il momento della svolta, quello che porta al cambiamento. 

Come ti sei preparato per questo ruolo? 

Ho avuto due settimane per prepararmi e per metabolizzare il personaggio. Poi con il regista e la sceneggiatrice siamo entrati dentro Dario, lo abbiamo analizzato e smussato. L'ho fatto mio.

Alcune scene le hai girate sulla carrozzina. Anche da un punto di vista fisico c'è stata una preparazione? 

Certo, ho dovuto imparare a manovrare una carrozzina per giocare a pallacanestro. Inizialmente ero timoroso, mi serviva un po' di cattiveria: i ragazzi mi hanno spiegato che non vogliono essere compatiti, quando giocano ci mettono tutta la grinta di cui sono capaci. Questo film è stato soprattutto un percorso umano.

C'è qualche affinità tra te e Dario? 

A parte la passione per il basket, direi poco. Non sono cinico e arrogante come lui, per fortuna. Ma sono un testardo che non molla mai, un sognatore. Lo considero il mio ruolo più importante fino ad ora, per il grande cambiamento che il personaggio fa nel corso del film.

Il cast è blasonato e non mancano attori molto amati dal grande pubblico...

C'è Nancy Brilli, che per me è un'icona assoluta. Poi Paolo Conticini, Antonio Catania e Biagio Izzo che alzano l'asticella del film con il loro talento. Da produttore ho scelto le location, ho fatto i provini e sono orgolgioso soprattutto di aver scelto il cast. 

La produzione è la tua dimensione ideale? 

Sono un vulcano, non riesco a stare fermo. A 26 anni ho deciso di portarmi fortuna da solo, di non aspettare le chiamate. E mi sono tolto qualche bella soddisfazione con Come saltano i pesci. Con Tiro libero speriamo di fare un passo in più: è stato bello collaborare con la Rainbow di Iginio Straffi, che si è appassionato al film e ci ha sostenuto. Con lui speriamo di portare avanti altri progetti.

 

Immaginati davanti a un bivio: sceglieresti recitazione o produzione? 

La recitazione resta la mia passione più grande e non riuscirei mai a lasciarla. Per ora mi lascio tutte le strade aperte, come fanno gli attori americani, che sono poliedrici e si lanciano in tutto. In Italia invece pensiamo che l'attore debba fare solo l'attore: io invece credo che debba provare a essere anche il manager di se stesso. 

Il tuo grande sogno professionale? 

Vorrei recitare con Julia Roberts: è la mia eroina. Magari tra cinque anni ci riesco: tutti mi dicevano che mai sarei riuscito a fare il produttore e invece ce l'ho fatta. No mi pongo limiti. Però, restando coi piedi per terra, vorrei che Linfa Crowd 2.0 si trasformasse in una realtà solida per la produzione cinematografica italiana.

Un rimpianto ce l'hai? 

Quando ero più giovane mi chiesero di giocare in serie B nella mia zona, nella Marche, io invece scelsi la serie C e di trasferirmi a Milano. Tornando in dietro forse non lo rifarei.

Ultima curiosità: c'è la serialità televisiva nel tuo futuro? 

Ho fatto molti provini ma non è mai arrivata l'occasione: i casting andavano bene, poi prendevano altri colleghi. Del resto c'è molta competizione. Fare una serie ti dà una tranquillità lavorativa, il cinema invece è una montagna russa. E a me per fortuna le grandi altezze non fanno paura. 

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