Claudio Trionfera

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Il tarlo atomico continua a scavare i suoi cunicoli nel tessuto sociale del Giappone, corrodendo e tormentando le coscienze, materializzando ogni volta un incubo che pare senza fine. Non che ne manchino i buoni motivi, d’altra parte. Hiroshima e Nagasaki (1945) sopravvivono nella memoria collettiva in tutta la loro portata disumana, al pari del meno noto ma ugualmente grave incidente della Daigo Fukuryū Maru, la nave da pesca irradiata da un esperimento nucleare americano sull’Atollo di Bikini nel ’54. Per non parlare dello tsunami post terremoto/maremoto che investì nel 2011 la centrale nucleare di Fukushima provocando il disastro che ancora adesso fa sentire i suoi effetti  e lo farà per chissà quanti decenni ancora.

Ritorno alle origini con lo spirito di Ishirō Honda

Fatto sta che non suona stravagante l’idea di un remake, molto particolare e sorprendente, del vecchio e in qualche modo mitico Godzilla di Ishirō Honda (1954), capostipite di una sterminata schiera di sequel e varianti nonché del genere Kaijū Eiga dedicato ai grandi mostri dello schermo.

Ecco allora Shin Godzilla (in sala del 3 luglio), diretto da Hideaki Anno e Shinji Higuchi, là dove il nome del primo evoca la leggendaria serie televisiva Neon Genesis Evangelion, da lui disegnata, sceneggiata e diretta, ambientata nella futuristica e post-apocalittica Neo Tokyo-3.

L’importanza di quegli “effetti collaterali”

Si parte proprio da qui, da Anno, per raccontare il film e percepirne il senso sia a livello estetico sia critico-politico. Perché se da una parte il percorso acquatico e terrestre del Mostro - resuscitato e reso invincibilmente devastatore da una contaminazione nucleare nonché accompagnato dall’urlo Gojira! Gojira! dei giapponesi terrorizzati – è quello “classico”, dall’altra parte la sua presenza torreggiante e barcollante sembra determinare sulla storia degli effetti “secondi”, collaterali, addirittura più evidenti, rivelatori e decisivi di quelli espressi in superficie. Vale a dire di quel campionario completo di eventi catastrofici che quella Creatura vivente (così la chiamano nel film) si diverte a scatenare col suo passo sismico, i suoi ruggiti striduli, i colpi di coda capaci di abbattere edifici e spazzare via qualsiasi cosa càpiti a tiro, il raggio atomico vomitato dalle fauci e generatore di un torrente di fuoco tanto simile agli effetti della Bomba.

Raffinata e ingegnosa rielaborazione di genere

Perché ad accompagnare il cammino di Godzilla e la cornice entro la quale si muove, provvede, in cifra espressiva e strutturale, una formulazione visiva attigua allo stile anime e manga eiga, tra animazione e fumetto, naturalmente in ambienti reali e personaggi in carne ed ossa, ma nella chiara volontà dei registi – segnatamente di Anno - di applicare, appunto, alla vicenda, ai suoi sviluppi e al sistema sequenziale dell’azione una metodica molto vicina ai quei caratteri.

Tra l’altro rispettando il più possibile i modi di rappresentazione aderenti a quelli dell’originale di 63 anni fa, con gli effetti digitali piegati ad ingenuità apparenti e volute: dal dragone quasi carnevalesco e strisciante del primo sviluppo a quello in tutto sovrapponibile, da “adulto”, al modello di Honda. Operazione raffinata, cólta e ingegnosa, anche se a farne le spese, a tratti, potrebbe essere quello spettacolo che i cultori della digitalizzazione esasperata e virtuale si sono abituati a consumare.

Una classe politica incapace di sfidare l'emergenza

Un Godzilla vintage, insomma. Cui si affiancano e si alternano, in larga misura narrativa, le capriole politiche di una classe dirigente grottesca, balbettante, indecisa e incapace di qualsiasi iniziativa pure a fronte di fatti eccezionali e catastrofici come quelli istigati dal sauro squarciante e fracassante. Primo ministro, governo, consiglieri. Tutti fermi, impietriti, protagonisti di vuote interminabili riunioni e scalpiccianti cortei nei corridoi del potere. Probabile che il vero cuore del film, batta da queste parti.

Al di là di quel mostro che pare un pretesto per parlare, più realisticamente, di una crisi qualitativa nella gestione della cosa pubblica. Includendo tuttavia nei contenuti prossimi all’epilogo l’altra faccia d’un costume giapponese capace di richiamarsi ad un orgoglio e ad un valore eroico all’approssimarsi di una diversa minaccia esterna,  perfino più temuta di quella in atto: nel caso specifico un soccorso americano da “soluzione finale” che, per vari motivi e ad ogni costo – anche svegliandosi dal torpore deliberativo -  si vorrà evitare.

Voto: 3/5
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