Claudio Trionfera

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“Se mi lasci non vale” è il titolo di una canzone che Julio Iglesias incise nel 1976 e raggiunse larga popolarità, seguendo la fama dell’artista spagnolo, allora molto in voga nel suo eclettismo e nella sua mescolanza di stili che nel tempo lo hanno fatto diventare il cantante latino più seguito di sempre.  Detto questo, la canzone col film c’entra nulla, titolo a parte e occasionale celebrazione del suo quarantennale. Anche se il tema del tradimento che il testo musicale agitava – reclamando un po’ discutibilmente il diritto dell’uomo, che lo aveva consumato, al perdono - diventa il punto di partenza, diciamo pure il casus belli del film medesimo, diretto da Vincenzo Salemme qui alla sua nona regia nel cinema.

Dalle lacrime alla seduzione
Tradito dalla moglie Sara (Serena Autieri), il protagonista Vincenzo (lo stesso Salemme), incontra per caso Paolo (Paolo Calabresi) vittima della stessa disgrazia con la moglie Federica (Tosca D’Aquino), facendo nascere, dal mal comune, non tanto un mezzo gaudio quanto un’amicizia complice. Vicendevolmente lacrimosa all’inizio, reattiva e vendicativa poi, quando i due decidono di corteggiare, conquistare e poi abbandonare l’uno la moglie dell’altro per far sperimentare alle due signore il patimento e l’umiliazione che adesso provano loro.

Chi si innamora e chi no
Ovviamente le cose non vanno come previsto. Perché da una parte Vincenzo, dovendosi fingere un miliardario capitano d’industria per sedurre Federica sensibile a denaro e potere, si fa prestare una limousine e assume come autista Alberto (Carlo Bucirosso),  commediante un po’ sfigato cui impone acconcia divisa, con cappello e tutto. Salvo, poi, ritrovarsi egli stesso a svolgere il ruolo d’autista di Alberto dopo un malinteso e casuale scambio di persona al primo approccio con la donna. Dall’altra parte, invece, Paolo, s’innamora per davvero di Sara, felicemente ricambiato e per nulla intenzionato a concludere la combine con il previsto “crudele” abbandono. Proprio mentre sua moglie, in verità poco attratta dall’attore-magnate (o viceversa) e indispettita dalle molte falle di quella messinscena, resta refrattaria a qualsiasi avance.

Comicità poco plateale
Giusto tacere il finale dell’intrico. Anche perché è a suo modo singolare, quantunque sorridente, nelle volute di una commedia che simpatizza con la farsa ma non si nega qualche rimozione di canoni convenzionali  con tratti di originalità e spunti di comicità poco plateale, evidentemente “pensata” e costruita nel tentativo di modificare percorsi già noti e usurati. Con le stesse intenzioni, evidentemente, è congegnata la storia, frutto della trovata introduttiva e del suo immediato sviluppo con relativi imprevisti.

Certo, gli equivoci e gli scambi di persona (e di coppia) sui quali il film si regge nell’intero blocco centrale non rappresentano l’apice della rarità; ma restano elementi in qualche modo vincolanti nell’identificazione e nelle logiche di un genere che proprio nei suoi imprescindibili modelli trova gli spunti di migliore espressione. Anche comica, come in questo caso avviene.

Carlo Giuffré, il mattatore
Da esemplare professionista della commedia qual è, nel cinema come in teatro, Vincenzo Salemme dirige e recita dilatando la scena con garbo senza risparmiarsi pagine di qualche delicatezza e gusto, evitando sempre la grana grossa pure conservando una linea brillante e spassosa. Gli altri attori, sulla scia di questa ispirazione, sono nelle loro parti con maschere molto riuscite, divertenti, garbate. Vale però la pena di citare l’eccezionale apparizione di Carlo Giuffré nei panni del padre di Paolo: personaggio marginale nell’occupazione dello spazio narrativo ma illuminante a livello di qualità, di umorismo, di brio, di arguzia.

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