Claudio Trionfera

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La realtà vista dall’interno di un tappeto arrotolato. Lassù, come attraverso un oblò, alberi fuggenti, immagini strappate, cavi elettrici che corrono fra un traliccio e l’altro. E il cielo. Le nuvole. La nuova percezione del movimento nel mondo “esterno” scoperto per la prima volta.

Gli occhi sgranati sono quelli di Jack, protagonista con la mamma Joy, per lui solo e sempre Ma’, di Room diretto da Lenny Abrahamson, sessantenne regista irlandese di Dublino. Joy è appena riuscito a scappare, chiuso in un tappeto, dalla Stanza. Quella del titolo. Dove è stato rinchiuso per cinque anni, cioè da quando è nato, con la madre rapita sette anni prima da un aguzzino, abusata,  segregata in quella camera scura e sporca, pallidamente e vacuamente illuminata da un piccolo lucernario quadrato, fonte di un parziale, monotono, ossessivo panorama verticale. 

Dalla prigione alla fuga

Eccoli, madre e figlio, prigionieri in tutta la prima parte del racconto. Lei e lui, lui e lei. Il cielo in una Stanza. Vita rigorosamente a due, riboccante di amore reciproco e quasi ferino, interrotta di tanto in tanto dalle “visite” del rapitore che riscuote la sua quota di sesso con il piccolo Jack tappato nell’armadio lurido. Tutto si consuma nell’apertura e la chiusura della porta blindatissima. E tutto ricomincia, tra Jack e Ma’, che ancora, qualche volta, allatta il figlio al seno. Ma viene il momento della fuga, si può immaginare quanto pericolosa, quando lei comprende che Jack, ormai cresciuto, incomincia a farsi – e a farle – delle domande, a costringerla a rivelargli la verità, divenuta troppo ingombrante, sulla loro condizione.

Uno choc da libertà

Così, attraverso un escamotage, i due riescono a scappare. Delinquente arrestato, ritorno di lei nella sua famiglia che ormai la credeva morta. Happy end? Macché. I problemi nascono anche fuori dalla Stanza, perché il confronto sociale, non solo famigliare, non è facile e la libertà sembra solo una parola. Quasi peggio di prima. Uno choc. E la depressione materna incalza, tra liti e nuove angosce.  Ma in fondo al tunnel, come si sa, c’è la luce. Che la storia simboleggia in un momento magico: quell’attimo nel quale il piccolo Jack, superato il rifiuto di un “mondo esterno” che aveva sparigliato le sue primitive certezze – compresa l’esclusività del rapporto materno – scopre la sua nuova identità e la capacità di confrontarsi con gli altri, di fare amicizia con un coetaneo, di far tornare, con questo, il sorriso sul volto di Ma’. Che stava implodendo mentre lui “esplodeva”.

Psicologia e coinvolgimento

Claustrofobico nella prima metà, apparentemente en plein air nell’altra metà, il film privilegia nel concreto una linea psicologica (senza psicologismi) molto profonda e coerente che, per così dire, lo stabilizza in termini di continuità stilistica. L’azione, che non si nega invece a coinvolgenti dinamiche, si sviluppa in equilibrio tra sentimenti, suspense, perfino passaggi thrilling nella complessiva, intensa dimensione drammatica. Dove brillano, naturalmente, i due poli principali splendidamente recitati. Brie Larson ha meritato il premio Oscar nella parte di Ma’, che nel rapporto con Jack, il delizioso Jacob Tremblay che per gran parte della storia comunica solo con lei, non si risparmia le migliori simbiotiche  infiltrazioni materne nei confronti del figlio; il quale poi, nel passaggio delicatissimo dallo stato infantile alla crescita consapevole, rappresenterà la sua “salvezza”.

I molti piani del racconto

Infiniti piani di racconto e di senso. In superficie l’amore assoluto e complesso tra madre e figlio, senza limiti, senza condizioni, neppure ostacolato dalla vita orribile condotta nella Stanza. La quale, nonostante l’oggettiva disperazione provocata da quelle mura scrostate, invalicabili e invariabili, sollecita riflessioni squisitamente cinematografiche sulla dimensione dello spazio, del tempo, delle differenti soggettive forme della realtà e della felicità. Può sorprendere: Jack e Ma’ sono “felici” nella Stanza, chiusi nella loro unicità biologica, più che fuori, almeno all’inizio della loro esperienza di persone libere.

Raffinato e emozionante

Dunque visioni relative, spesso quasi a contrasto con le cornici che il racconto offre al momento. Fiorisce la fantasia di Alice in Wonderland nella Stanza horror, dove stupendamente poetiche diventano le descrizioni del bambino di un mondo che esiste solo nel suo immaginario fiabesco e la realtà è riprodotta e distorta  dalla piccola obsoleta tv.

È il film dei punti di vista, delle angolazioni prospettiche, nella più pura vocazione della macchina da presa: che conduce il racconto in forma spirale e sinfonica, concedendo ad ogni scena l’energia di spinta al passaggio successivo, alla sua sezione consecutiva e prossima, in un insieme di straordinaria unità. Opera, in questo, molto raffinata nella sua struttura formale e nella costruzione dell’intreccio. Ma allo stesso tempo agile, forte, avvincente, fatta per emozionare e commuovere. Non è un caso che piaccia così tanto.

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