Claudio Trionfera

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I precedenti sono illustri. Da Pier Paolo Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo) a Mel Gibson (La Passione di Cristo), da Nicholas Ray (Il Re dei re) a Richard Fleischer (Barabba), da George Stevens (La più grande storia mai raccontata) a Martin Scorsese (L’ultima tentazione di Cristo), con tanto di cascami minori, spesso ad uso televisivo. D’altra parte la figura di Gesù e il suo agire esprimono, oltre il valore religioso tout court, un soggetto di straordinaria ricchezza, variamente componibile in tutta la varietà di significati e di contenuti.  Dunque in ottica di rappresentazione di volta in volta diretta, metaforica, allegorica. Della Resurrezione, della Passione, dell’Innocenza, valori e termini specifici e universali, nella storia sacra e in quella della vita quotidiana dove il profano tende a congiungersi, quasi a coalizzarsi, con lo straordinario e il trascendente.

Tragedie antiche e moderne
Proprio come accade in Risorto di Kevin Reynolds e in Frankenstein di Bernard Rose: due film che, senza forzatura o acrobazia, ci piace associare in questa programmazione prepasquale, dal racconto più classico del Cristo resuscitato nella sua epoca , sia pure filtrato nelle dinamiche del cinema d’inchiesta, a quello di un giovane - altrettanto classico nella sua ispirazione letteraria a Mary Shelley – protagonista di una tragedia moderna e immolato sul Golgotha metropolitano.

Yeshua? Destabilizzante
Risorto appartiene senz’altro alla prima tipologia. Rappresentazione diretta, storicamente e correttamente collocata, estetica classica di genere peplum. Anno di partenza del racconto, ripreso dall’omonimo libro di  Angela Hunt, il 33 a.C. La Passione è alle spalle, il presente narrativo è la Crocifissione e, di qui, la deposizione nel Santo Sepolcro dopo la quale, misteriosamente, il corpo scompare. Romani e sacerdoti del Sinedrio in allarme perché i seguaci di Cristo, chiamato nel film col nome ebraico Yeshua, ne sostengono la resurrezione, evento destabilizzante per il potere in atto.

Ecco il Figlio di Dio
Così Ponzio Pilato (Peter Firth), nel timore di una rivolta a Gerusalemme, incarica Clavio (Joseph Fiennes), tribuno militare e astro nascente dell’Impero, di trovare il corpo: senza il quale le voci incontrollate sul Cristo risorto troverebbero credibilità ulteriore, alimentando i timori dei farisei e mettendo a rischio l’equilibrio politico in Palestina. Clavio non è un credente. Ma nella sua visione pagana e nel pieno dell’indagine che conduce col suo aiutante Lucio (Tom Felton), davanti alla pietra spostata e ai sigilli strappati del sepolcro vacilla, divorato dai dubbi che diventano certezze quando, trovati gli apostoli, vede con loro anche Yeshua (l’attore Cliff Curtis): immenso, magnetico, santo. Da una parte incalzato da Pilato, dall’altra parte dalla sua fede nascente, delle due strade il tribuno sceglie la seconda, illuminato dai miracoli, spogliato degli abiti militari, trafitto dall’evento che cambierà i percorsi dell’umanità.

Un cammino di morte

Il giovane eroe di Frankenstein (il bellissimo attore Xavier Samuel) non è Yeshua. Pare, anzi, il suo opposto, la sua negazione. Si chiama Mostro (ma in origine, quale prototipo si chiama simbolicamente Adam) per come sue cellule artificiali impazzite ne trasfigurano lentamente il volto e il corpo una volta angelici, facendolo diventare repugnante. Ma tra le luci spettrali del laboratorio che lo genera e quelle accecanti della Los Angeles contemporanea che diventa il suo calvario si consumano i passi, starei per dire le “stazioni”, di una passione moderna e allucinata.

Come un replicante

Solo, sperduto, incapace di comunicare come fosse un neonato, questo ragazzo dalla natura così vicina a quella di uno dei replicanti di Blade Runner attrae su di sé ogni genere di violenza, sopruso, oltraggio e ingiustizia. Il suo cammino semina morte e deliri, la sua mente, che a poco a poco impara a discernere la realtà, non lo guida verso la salvezza ma verso l’abisso. Riesce a pronunciare per prime due parole: Mostro e Mamma. Concetti antitetici ma identificativi. La “mamma” è Elizabeth Frankenstein (Carrie-Anne Moss), la scienziata che lo ha generato col marito Victor (Danny Huston) alla quale il giovane costantemente, disperatamente e teneramente anela. In un destino che lo vedrà giacere con lei nel sonno letale: senza fine e senza resurrezione.

Un detective movie
Risorto segue i tracciati del detective movie, un po’ come accadde esattamente trent’anni fa ne L’inchiesta di Damiano Damiani. Costruzione “di genere” su fondali mitologici e scene di battaglia al cospetto della divaricazione psicologica e comportamentale del tribuno protagonista. Sangue e polvere fanno quasi da controcanto alla sospensione mistica e alla potenza rivelatoria con le quali Gesù, prima fantasmatico poi concreto, si manifesta tra i miracoli dei pesci e del lebbroso, nell’etica nuova del perdono, della pacificazione e del motto programmatico “nessuno morirà oggi” in sé confortante e rivoluzionario.

Se il film indulge talvolta all’immagine più convenzionale e idealizzata (il Cristo crocifisso è davvero quello delle sculture sacre), il contrasto tra iconografia classica e crudo realismo resta assai pregevole e si realizza proprio grazie a questa doppia, piuttosto insolita prospettiva ben pilotata da Kevin Reynolds, regista cui si devono Robin Hood - Principe dei Ladri, Waterworld e Rapa Nui). Virile, tosto, generoso è Joseph Fiennes nelle vesti di Clavio. Il Gesù di Cliff Curtis è pensoso, siderale, seduttivo, carismatico.

Gotico e “morale”
Così come, al contrario, Xavier Samuel nella parte (difficile) di Mostro, è pallido, indifeso, infelice e inconsolabile man mano che prende coscienza dell’impossibilità di essere semplicemente “sé”. Mostro-Adam è il reietto, il viandante, l’homeless, il marginale vero che sulla sua strada trova nel bluesman cieco e vagabondo come lui Eddie (il veterano Tony Todd dalla voce sublime) l’unico compagno capace di accettarlo. In una insolita esperienza cinematografica che, se sulle linee di genere si riferisce al gotico rivisitato e perfino a qualche indizio splatter, si sviluppa in realtà con intento profondamente “morale”, oltrepassando i confini del romanzo originario e naturalmente dei molti Frankenstein dello schermo.

Il peso di questa passione da manipolazione genetica è manifesto. Il martirio è commovente e disturbante ad un tempo in una cifra visiva scontrosa, spigolosa, tossica. La ricerca della “madre” da parte del protagonista diventa tormentosa e struggente come il crescendo di sevizie alle quali egli è sottoposto. Randagio, smarrito, indifferente. Senza tetto né legge, proprio come recitava nel 1985 il magnifico film di Agnès Varda sulla clochard Sandrine Bonnaire, cui questo dolente ritratto di innocenza e di solitudine fa impulsivamente (e passionalmente) pensare.

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