Claudio Trionfera

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Che cos’ha di speciale Revenge (in sala dal 6 settembre, durata 108’) tanto da lasciare un buon segno? Per esempio la regìa di una donna, la francese Coralie Fargeat, che per la prima volta si occupa di un genere vischioso, temerario e mefitico come il rape and revenge, cioè stupro e vendetta. Poi la sua maniera di raccontarlo, in bilico tra pop-art e romanzo grafico, iperrealismo e fantasy-horror. Ancora, l’esibizione un po’ pazza di un’attrice, Matilda Anna Ingrid Lutz nei panni succinti e guizzanti della protagonista Jen che reclama un posto tra le donne guerriere del cinema, dalla Milla Jovovich di Resident Evil alle varie Uma Thurman di Kill Bill, Carrie-Ann Moss di Matrix, Angelina Jolie di Lara Croft, Linda Hamilton di Terminator, Sigourney Weaver di Alien e via dicendo.

La battuta di caccia incomincia su una donna

 E dire che la storia, così com’è, sembrerebbe ruzzolare verso il ciglio di un burrone per poi precipitare nel vuoto, proprio come succede a Jen, prima ospitata come dal bel fusto Richard (Kevin Janssens) nella sua incredibile dimora al bordo del deserto, poi stuprata da uno degli amici di lui colà convenuti per una battuta di caccia, il lercio Stan (Vincent Colombe) compagno di bravate dell’altrettanto repugnante Dimitri (Guillaume Bouchède). Succede anche che Richard sia “felicemente” sposato; e che Jen, sconvolta dall’abuso e sul punto di essere malamente scaricata con un biglietto aereo di sola andata, minacci di spifferare tutto alla moglie del suo amante: col risultato, non proprio edificante, che l’uomo per liberarsi dell’ingombro la scaraventi in uno strapiombo facendola finita.

Dalla morte alla vita dopo un volo di cinquanta metri

Finita sembrerebbe per davvero dopo il volo d’una cinquantina di metri che Jen compie piombando  su un tronco aguzzo d’albero morto, impalata nel ventre dallo spuntone e colante sangue da tutte le parti. Invece no: tutto si riavvolge perché la ragazza inspiegabilmente non muore (o forse resuscita) e si rimette in moto trascinandosi quella punta acuminata nella pancia che a vederla fa venire i brividi. Come faccia a vivere lo sanno soltanto lei e la regista ma tant’è: la scelta narrativa punta sull’inverosimile e Jen, cambiando modulo recitativo, espressione e slanci si ritrova dea della vendetta e del castigo correttamente assatanata da scodinzolante, ancheggiante coniglietta che era all’inizio.

Orecchini rosa e furibonda sete di rappresaglia

Insomma un processo di nemesi che, della remota paffuta femminilità oggetto di desideri maschili, conserva su Jen soltanto i due orecchini rosa a stella, irridente contrasto con la sua furibonda sete di rappresaglia: nella figura armata fino ai denti (sulla quale uno stemma d’aquila trasmigrato da una lattina di birra s’è magicamente impresso sul ventre al posto della spaventosa lacerazione), occhi di bragia, urlante, sparante pugnalante fino al compimento del disegno giustiziere sui suoi carnefici laidi e sudaticci. Incluso il bel Richard, che prima di lasciarci le penne e ben gli sta, si chiede: “Perché le donne devono sempre opporre una c**** di resistenza?”.

Un mondo irreale fatto di cromatismi esasperati

Naturalmente tutto in un diluviare di sangue, paradossi, mutilazioni, sfracelli e ferite tamponate con pellicola trasparente da cucina: in un contesto pulpissimo che a momenti rasenta addirittura lo splatter diluito nel fumetto e curiosamente in contradditorio estetico con paesaggi da fantascienza anni Cinquanta (Il pianeta proibito, perché no?), un mondo irreale fatto di cromatismi esasperati e pastelli warholiani, panorami profondi e psichedelici ripresi da una fotografia davvero strepitosa del belga Robrecht Heyvaert campione di filtri e prospettive.

Nell’insieme genialmente schizofrenico e fuori steccato dilaga a tutto andare la musica, dal funk/soul di Clive Hicks all’elettronica e hip hop di Brodinski, al trance di Vasiliy Goodkov, alla bella base originale indie pop di Robin Coudert. Roba seria, serissima.

Voto: 4/5
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