Claudio Trionfera

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L’avvertimento, all’inizio del film, è chiaro e piuttosto condizionante, di sicuro capace di far vivere con accresciute tensioni la storia che vi si racconta. Ispirata, c’è scritto, ad eventi  realmente accaduti negli anni Ottanta in Minnesota: legati a rituali satanici e loro ripugnanti conseguenze, per lo più sanguinose e in ogni caso riflesso di ogni possibile bassezza.

Di qui la vicenda. Che riposa, si fa per dire, su quattro figure e relativi punti di vista: il detective Bruce Kenner (Ethan Hawke), la giovane Angela (Emma Watson), il padre di lei John Gray (David Dencik), lo psicologo dottor Kenneth Raines (David Thewlis). Da aggiungere, fuori quota, un imprescindibile reverendo di nome Beaumont (Lothaire Bluteau). Ciò che accomuna tutti questi personaggi è la terribile accusa che Angela rivolge al padre, quella di avere a lungo abusato di lei. Il padre, più che negare, non ricorda; e qualche circostanza emersa dal racconto della ragazza è davvero strana.

Ce n’è abbastanza per chiamare in causa il detective per una indagine che vada oltre le apparenze e coinvolga, oltre le vittime e gli eventuali carnefici, anche lo psicologo cui viene assegnato un ruolo determinante, specie per spiegare del titolo del film.

Difatti il dottor Raines, famoso per il suo lavoro sulle teste dei pazienti, pratica la cosiddetta terapia della regressione che attraverso una fase ipnotica “permette alla persona di rivivere, risolvere e trasformare delle scene traumatiche, dei complessi, dei conflitti interiori o blocchi emotivi del passato che hanno contribuito, a livello inconscio, a perturbare e disturbare la qualità ed il ben-Essere della Vita attuale, a livello emotivo, mentale o fisico”.

Così, quando il papà di Angela si sottopone a questa pratica, dalla sua mente e naturalmente sullo schermo incominciano a scaturire e a zampillare, materia cupa come petrolio, diavoli, mostri, gatti ben poco mici, messe nere orgiastiche e urlanti, streghe, sacrifici umani e orrori d’ogni risma che coinvolgono anche sua figlia e diversi abitanti del posto in quella sperduta provincia americana.

È l’immagine di una cittadina posseduta dai dèmoni dove chiunque può essere sospettato di partecipare al grande sabba ed esserne protagonista. In questo crescendo di efferatezze, apparentemente scatenate dalla prassi dello psicologo che sembra aver spalancato la porta dell’inferno, non tarda ad essere trascinato anche il detective, vittima pure lui di quel contagio satanico e nel frattempo attratto – forse suo malgrado ma ricambiatissimo – dalle grazie di Angela.

Alla fine tutto avrà una sua spiegazione e i ruoli dei diversi personaggi  verranno chiariti. Sarebbe diabolico, per restare in tema, svelare come. Di certo mettendo in discussione il metodo del dottor Raines, un po’ medico un po’ stregone, supporter convinto della sacralità e infrangibilità della scienza col suo metronomo ipnotico che da lontano ricorda lampade e trance mesmeriche:  come quella perpetuata da Edgar Allan Poe nei suoi scritti Mesmeric Revelation e The Facts in the Case of M. Valdemar, quest’ultimo arrivato anche al cinema quale terza parte dei Racconti del terrore di Roger Corman  col volto del magnifico Vincent Price.

Il Minnesota è livido, metallico e piovoso, attraversato ossessivamente e quasi dominato dai tralicci dell’elettricità arrampicati nel cielo come ragni giganteschi. In un presente narrativo sempre più inquinato dall’incubo che Alejandro Amenábar, giocando ancora una volta sui diversi piani della realtà, rappresenta  in climi di onirismo e di follia, ora scatenando il soprannaturale ora indietreggiando sulla razionalità.

Una sospensione tra le due dimensioni che a tratti sembra condizionare gli stessi dispositivi di regia, tra incertezze,  titubanze, ondeggiamenti che nel complesso limitano e influenzano il film, almeno nella sua intenzione più disturbante. Amenábar, peraltro, non fa troppi sconti sulla tensione e sulle emozioni: usa la soggettiva in modo ansiogeno, i suoi dèmoni  fantasmatici infuriano e soffiano fuochi come più perfidamente non si potrebbe, dilagando tra l’horror e lo psico-thriller.

Su tutto, un touch  di ricercatezza vintage con atmosfere di vecchia suspense hitchockiana e successiva rilettura depalmiana; e, allargando l’orizzonte, a percorrere un arco di genere detective story che  va da Marlowe a Dylan Dog. Toni smorzati, colori foschi e tenebrosi, profondità arcane evidenziati  e lumeggiati dalla fotografia densa di Daniel Aranyó, contributo determinante come, del resto, quello dei due attori principali, Bruce il detective e Angela la ragazza  al centro degli eventi. Nomi molto in voga, recitazione in linea con la loro fama. Specie quella dell’affermatissimo Hawke,  non proprio  lontano dal raccogliere l’eredità di Harrison Ford.

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