Re della terra selvaggia: 5 cose da sapere

È il film-caso dell'anno: ha fatto commuovere Obama e impazzire la critica di tutto il mondo. Perché?

Una scena di Re della terra selvaggia (Credits: Ufficio Stampa)

Claudia Catalli

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Il 7 febbraio esce in sala Re della Terra selvaggia, il primo film dello statunitense Behn Zeitlin, che sceglie di narrare l'avventura esistenziale di una ragazzina cresciuta nella Grande Vasca - una zona tagliata fuori dal mondo da una diga - immersa nella natura selvaggia del sud della Louisiana, tra paludi, calamità naturali e una quotidianità magica condivisa con uomini e animali. Ecco 5 cose da sapere sul film:

1.    Un’incantevole opera prima. In Italia si tende a sottolineare che il regista è “esordiente” per scusarne l’ingenuità e/o la difettosità del suo film. Nel caso dello statunitense Benh Zeitlin, classe 1982, esaltare il fatto che Re della terra selvaggia segni il suo debutto dietro la macchina da presa risponde a tutt’altra esigenza, e a uno stupore raro. Perché si tratta di un’opera decisamente matura, con un suo stile e una sua poetica ben definiti, e soprattutto originali.

2.    L’indomabilità dei sentimenti autentici. L’avvertenza, prima dei titoli di testa, dovrebbe essere: non è un film per tutti. Per fortuna. Non perché non sappia toccare le corde emotive di un pubblico vasto, ma perché si prende il suo tempo per svelarsi e farsi amare. Non è un pop-corn movie, per intenderci, ma neanche un capriccio autoriale per addetti ai lavori. È piuttosto una fiaba che, seguendo le peripezie quotidiane ed emotive di una ragazzina in un angolo sperduto del pianeta, racconta la forza dirompente e indomabile dei sentimenti autentici. La rabbia e la voglia di vivere, malgrado tutto. L’amore disperato di un padre. La grinta selvaggia di una figlia. E la dignità di una società ribelle, dimenticata nel Sud del mondo, che si ostina a festeggiare persino la morte, alla faccia di tutti quelli che “hanno le vacanze solo una volta all'anno. Ficcano il pesce nelle buste di plastica. Legano i bambini su dei carretti con tettino”.

3.    Le scommesse del film: basso budget, altissimo impatto emotivo e visivo. È un film d’azzardo, Re della terra selvaggia. Osa su più fronti, senza mai tirarsi indietro. Prima scommessa: raccontare di una società sperduta nel Sud del mondo alla cosiddetta “società civilizzata”. Il che implica, prima che un’opera di sensibilizzazione, girare in luoghi che definiremmo inospitali e proibitivi – se non avessimo visto il film -. Seconda scommessa: far appassionare lo spettatore medio alle avventure di una ragazzina, ai suoi giochi, ai suoi affetti, al suo feroce attaccamento alla vita. Terza scommessa: non rinunciare al tocco visionario, mescolando il realistico con l’immaginario, lo stile documentaristico con gli effetti speciali. Tutto questo all’interno della scommessa delle scommesse, cioè di un film indipendente, girato con poco meno di due milioni di dollari.

4.    Oscar: largo ai giovani(ssimi). La piccola protagonista, Quvenzhané Wallis, a soli 9 anni è la più giovane candidata di tutti i tempi all’Oscar come miglior attrice protagonista. E dire che è stata scelta per caso: come Dwight Henry, che nel film interpreta suo padre e nella realtà lavorava in una panetteria, Quvenzhanè frequentava una scuola elementare in Louisiana. Senza saperlo, a soli cinque anni, ha fatto il provino per quello che potrebbe essere il primo, memorabile passo di una lunga e brillante carriera. Battendo, in un colpo solo, circa 4000 bambini già incontrati e ‘scartati’ dalla produzione.

5.     "Yes the movie can". Il film non ha solo commosso il presidente Barack Obama, fatto spellare le mani alla critica di tutto il mondo, conquistato festival prestigiosi come il Sundance (da cui è partito, grazie al Sundance Lab) e Cannes (dove ha vinto la Camera d’Or) e fatto incetta di riconoscimenti e candidature. Di più: sta diventando un vero e proprio caso. Anche le celebrities, da Beyoncé a Emir Kusturica, non fanno che dirne un gran bene. A riprova che entrare nella Grande Vasca è un’esperienza sensoriale, più che cinematografica, e non si può che uscirne rigenerati.

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