Raoul Bova: 'In Italia troppe poltrone non sono meritate'

Così l'attore romano protagonista di Viva l'Italia: "Sarebbe ora di lasciare che chi ha studiato e ha passione e competenze giuste occupi posti veri per migliorare questo Paese"

Raoul Bova (Credits: 01 Distribution)

Claudia Catalli

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"Una commedia di denuncia che racconta come tanti che sono al potere non sanno assolutamente nulla di ciò che stanno facendo". Questa è la definizione del graffiante Viva l'Italia di Massimiliano Bruno da parte di uno dei suoi protagonisti, Raoul Bova, lo stesso che nel precedente film del regista affiancava Paola Cortellesi nel ruolo di un tenero gestore di un Internet Point. Stavolta indossa il camice da medico, è un geriatra, lo vediamo aggirarsi in corsia tra "i suoi adorati vecchietti" e lottare contro un primario arrivista e spregiudicato che toglie al pubblico per dare al privato.

Ha un parterre di colleghi niente male: Michele Placido è suo padre, Alessandro Gassman suo fratello e, direttamente dalla 'serie' Immaturi, Ambra Angiolini sua sorella e Maurizio Mattioli suo collega di fiducia.

In una famiglia stralunata, lei spicca come l’unico serio, integerrimo, onesto.
"Ce ne sono tante di famiglie in cui il padre è pronto a raccomandare i figli e loro altrettanto pronti a trarne vantaggio. Io invece interpreto un figlio che vuole uscire dagli schemi e meritarsi le cose, del tutto disinteressato al potere politico del padre. Uno che preferisce scegliere una sua strada, infatti non a caso fa il geriatra in una struttura fatiscente, perché la sua vera soddisfazione è il sorriso di un vecchietto".

Un buono o un ribelle?
"Fino a un certo punto pensavo fosse solo un buono, poi mentre leggevo il copione mi ha spiazzato apprendere che in realtà è un raccomandato anche lui, a sua insaputa. E ho pensato quale dramma potesse rappresentare per un uomo che crede così tanto nel rispetto e nella pulizia sapere di essere stato raccomandato dal padre, per giunta di nascosto. Ecco, quando ho letto questa parte ho accettato subito il film".

Con Michele Placido com'è andata?
"È nato un bellissimo rapporto. Su tutte, la più intensa è la scena in cui litighiamo sulla spiaggia che termina con uno schiaffo, ma in realtà finiva con la battuta: 'Questo schiaffo l'avrei voluto da piccolo papà, mi avrebbe fatto molto meglio'".

Concorda con la visione del film di un’Italia pullulante di raccomandati?
"Purtroppo sì, ci sono persone messe sulle poltrone senza un minimo di esperienza o competenza. E così i loro settori finiscono per andare a rotoli, perché a loro non interessa valorizzarli, non lottano per farli migliorare, mirano solo a guadagnare il più possibile. E quando non c'è passione, le cose non funzionano mai".

Una commedia può aiutare?
"In questo caso sì, può far riflettere, può farci pensare a quanti studiano, faticano e sono davvero competenti per posti a cui non riescono ad accedere. E mi piacerebbe tanto che, a fine film, dopo una bella risata magari si pensasse concretamente a come poter rimediare a tutto questo".

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