Cinema

Quentin Tarantino e il suo Django, c'è ancora fame di spaghetti (western)

Il mago del pulp fa rivivere al cinema il personaggio di Sergio Corbucci. Metafora di un Far West globale in cerca di nuove frontiere

Credits: Everett Collection, Black Archives

di Diego Cugia

Che geniacci i nuovi maestri del cinema. Per una che ne inventano, cento ne rubano. Non è plagio, attenzione, ma furto con scasso alla memoria. Quentin Tarantino è il nemico pubblico numero uno nelle banche della nostalgia del cinema italiano che fu, e grazie anche al suo tocco d’artista è (e sarà vivo) per sempre. Tarantino, il Picasso di Hollywood, pesca con le mani nel lago dorato di Cinecittà una maschera impolverata come quella di Django, la scompone e le cambia i connotati. Risultato? Django Unchained . Lo spacchetteremo nelle sale il giorno di Natale, e sgraneremo gli occhi dalla meraviglia, potete giurarci.

Ma la domanda delle cento pistole è: perché mai un capobranco del cinema, un esploratore di nuove tendenze, insiste a voler rivitalizzare un genere boccheggiante come lo spaghetti western? E come mai (nel mezzo della crisi più grave dal dopoguerra, in cui l’America stessa avrebbe bisogno di un piano Marshall) si mette a girare l’ennesimo Django, stavolta ambientato nell’America dei pionieri, due anni prima della guerra di secessione, incentrato sullo schiavismo?

Si può azzardare un’ipotesi. Con il capitalismo che sembra al capolinea, anche il cinema di Tarantino tenta d’imboccare la strada della "decrescita felice". Che ci sia o meno la ripresa, molti hanno la percezione che (come si disse, sbagliando, dopo il crollo delle Torre gemelle) il mondo non sarà più come prima. Per sopravvivere bisognerà arrotolarsi le maniche delle vecchie camicie da pionieri, quelle dei nostri nonni. I giovani, per non finire nelle catene della disoccupazione, dovranno non solo giocarsela in un Far West globale ma inventarsi una nuova frontiera. Essere dei Django. Con la "mission" e l’ardore adolescenziale degli avventurieri.

Buoni, brutti e cattivi, parafrasando il film di Sergio Leone che già 10 anni fa, nel 2002, Quentin Tarantino aveva messo in cima alla lista dei suoi film preferiti in un sondaggio della rivista Sight and sound. Le nuove generazioni sono cresciute senza padri, come lui. E, come tutti gli orfani di modelli forti, amano gli eroi, i bastardi solitari alla Clint Eastwood. Sì, il futuro salta fuori dal cappello del passato.

Sono tornati i tempi dei Barilla-Western, o De Cecco se preferite, spaghetti tutt’altro che qualsiasi, amatriciane di sguardi e spari condite di musiche da Oscar, come quelle di Ennio Morricone per le ineguagliabili penne all’arrabbiata di Leone. Perché "per qualche dollaro in più" stiamo tutti per scannarci. Quel geniaccio di Tarantino, come sempre, lo sta anticipando. A modo suo, cioè nostro. Toglietevi il cappello, gente, sta passando il cinema italiano.

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