Claudio Trionfera

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L’inizio è tumultuante, lo scontro cattivo. Tra professore e studentessa sono faville. Lui boriosamente e ironicamente razzista, lei d’origine araba, aspirante avvocatessa proveniente dalla periferia di Parigi. Dallo scontro fiorisce l’incontro che è al centro di Quasi nemici - L’importante è avere ragione (in sala dall’11 ottobre, durata 95’) di Yvan Attal, 53enne di Tel Aviv, “parigino” da sempre, molto attore, a volte regista, pure noto per dar voce a Tom Cruise nel doppiaggio in francese. E il film va, tra le scintille che a poco a poco si affievoliscono, in tonalità sospese tra commedia di formazione,  itinerario di integrazione, valore della parola e potenza della retorica: a più riprese divertendo senza prescindere da una dimensione pregevolmente  istruttiva, addirittura lasciando spazio ai sentimenti e, nel finale, a una residuale impronta di commozione.

Il professore razzista e la studentessa d’origine araba

Il prof si chiama Pierre Mazart e lo recita un Daniel Auteuil iridescente e petroso, esemplare nella sua cinica staticità. La ragazza è Neïla Salah, quella Camélia Jordana protagonista l’altr’anno di Due sotto il burqa e oggi considerata – premio César alla mano – miglior talento femminile emergente nel cinema di Francia.  Scontro cattivo, si diceva. Nell’aula gremita dell’università, facoltà di giurisprudenza della prestigiosa Panthéon-Assas, Neïla arriva in ritardo e a lezione avviata; Pierre la punta come una preda e passa a vie di fatto irridendola, mortificandola, beccandosi pure i buuu! degli studenti e finendo sulla graticola del rettorato: destinato alla commissione disciplinare e, probabilmente, a essere cacciato.

Un corso di retorica per salvare il posto di lavoro

Per mettere, come si dice, una pezza al piccolo scandalo che graffia quell’università di fama troppo conservativa, al professore intollerante viene consigliato il classico passo all’indietro. E lui, turandosi il naso, accetta di riconquistare le simpatie della sua studentessa preparandola individualmente al corso di retorica e allegato concorso inter-universitario. Inizialmente, secondo stazzonate ma sempre efficaci usanze cinematografiche nelle baruffe di commedia, tra i sospetti di lei, la quale non vede come potrebbe mai andar d’accordo con quel mostro e le faticose finzioni di lui;  che a sua volta parte da u n (pre)concetto domatorio e addomesticatore, tanto da invitare la ragazza ad abbandonare felpe, tute e scarpe da ginnastica (“Quando la smetterà – le dice – di vestirsi da informe prodotto della banlieu?”) per indossare abiti acconci alla bisogna accademica e, un giorno, professionale.

Schopenhauer e l’arte della parola in 38 stratagemmi

Ma, ça va sans dire, le cose procederanno al meglio, aspettando per l’una e per l’altro gli esiti conclusivi e non tutti prevedibili di un percorso che lascia entrare il racconto in una sfera narrativa interessante e cólta: mai saccente e cattedratica quando, all’intuitività e alle ovvietà del contrasto, arriva in piena collusione culturale  alla fase didattica/dialettica vera e propria  attraverso l’esplicazione della celebre Arte di ottenere ragione (Eristische Dialektik - Die Kunst, Recht zu behalten) di Arthur Schopenhauer, senza mancar di evocare anche Cicerone e Aristotele. Ecco, allora, l’insegnamento e relativo apprendimento di quei 38 stratagemmi perfettamente sintonizzati sulla massima di Pierre che non si stanca di ripetere a Neïla: “Avere sempre ragione e chi se ne frega della verità”. Cosa, peraltro, anche da lei fatta propria. Tra logiche e paradossi di quella disciplina.

Due attori sempre capaci di emozionare e divertire

Se la ragazza, al dunque, riuscirà a vincere la sua battaglia formata nel carattere e nell’istruzione (“Sarò a prova di proiettile senza dimenticare la tenerezza” conclude) , lo dovrà naturalmente al prof, alfine un po’ meno razzista e un po’ più umano di prima - ma sapremo mai quanto davvero bonificato delle sue allergie etniche. In capo ad una disputa che domina in modo delicato e, insieme, vibrante tutto l’andare della storia, scritta a otto mani dallo stesso Attal con Victor Saint Macary, Yaël Langmann, Noé Debré e padroneggiata, lo si può intuire, dai due attori: sempre capaci di stupire, emozionare,  divertire.

Voto: 3/5
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