Claudio Trionfera

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Una corsa in moto sulla cresta dei monti. Roba da brividi solo a guardarla. I centauri sono due, sotto l’occhio vigile dello sponsor che li segue dall’elicottero. Un record da filmare. Mai nessuno è riuscito a fare quel percorso fino alla fine, perfino con un mezzo salto nel vuoto. Che sarà fatale a uno dei due motociclisti.

S’incomincia così, con vertigini e tragedia. Chi sopravvive, naturalmente, è il protagonista del film, Johnny Utah, a morire è il suo compagno d’imprese estreme che lui ha spinto a tentare quell’ultima follia vincendone le legittime e plausibili esitazioni. Di qui l’abbandono di ogni velleità sportiva e il senso di colpa che lo perseguita per anni, almeno fino a quando il FBI gli offre l’occasione di riscattarsi.

Una banda di rapinatori mascherati
Questo il prologo. Johnny Utah è l’attore Luke Bracey. Il film Point Break, diretto da Ericson Core, definito un po’ impropriamente remake dell’omonimo cult di Kathryn Bigelow. Del quale conserva, come si vede, il titolo e, come si vedrà, alcuni elementi della vicenda originaria

Quando Utah entra nel FBI, trova una struttura messa in crisi da una banda di rapinatori mascherati che sceglie le vie più acrobatiche per compiere le sue imprese. Ed essendo, per così dire, del ramo (non quello delle rapine, ovviamente), capisce subito di avere a che fare con dei professionisti dello sport più estremo e si mette sulle loro tracce, riuscendo addirittura ad anticiparne le mosse. Fatalmente, così, ci si intruppa. Nel modo più rocambolesco possibile, in una spericolata competizione di surf su onde giganti dove se la vede con il “capo” della banda Bodhi (Edgar Ramirez) rischiando, con l’altro, la morte.

Nel segno della fascinazione
Avendo avuto la peggio, Utah viene soccorso proprio dal suo avversario e l’occasione, di fatto, li mette in contatto e glie ne consente la conoscenza profonda, inclusa quella del resto del gruppo con il quale non si palesa nella sua funzione di uomo di giustizia preferendo, piuttosto, incominciare a farne parte per controllarne dall’interno i movimenti: a sua volta riconosciuto per fama quale ex campione di sport estremi e quindi felicemente e facilmente accettato.

Quel che Utah non si aspetta è di trovare in Bodhi un eroe affascinante di mistiche visioni, una specie di Robin Hood ecologista e anticapitalista che insegue un sogno: superare le cosiddette 8 prove di Ono Ozaki, elemento eroico ed immaginario attribuito all’atleta ambientalista che così le ha battezzate quale “modo di entrare in contatto con tutte le energie della Terra” utilizzando le forze naturali del pianeta per eseguire incredibili prove fisiche raggiungendo, alla fine, l’illuminazione, percorso unico che richiede forza psicologica e spirituale oltre, naturalmente, le necessarie qualità fisiche. 

Lo stesso Ozaki, peraltro, sarebbe morto cercando di superare la terza prova, mentre la settima e l’ottava sono da considerarsi praticamente impossibili.

Tanti crimini acrobatici
Insomma una vita dedicata alla Natura e alla sua difesa. In verità Bodhi e i suoi vanno oltre: non accontentandosi dell’impresa in sé, legano le loro “prove” ad una serie di malefatte funamboliche e spettacolari, oltre che rischiosissime (come far esplodere miniere, far piovere milioni di dollari sulle favelas dopo una rapina in aereo, buttarsi da un volo senza paracadute e via così) per restituire alla Terra ciò che secondo loro le è stato sottratto.

Otto “prove” da temerari
Difficile per Utah, in questo quadro, considerarli dei criminali comuni. L’amicizia “virile” tra lui e Bodhi sembra anzi consolidarsi nella progressione e nel superamento di quelle prove (intitolate via via alla Forza Emergente, all’Origine del Cielo, al Risveglio della Terra, alla Vita dell’Acqua, a quella del Vento e del Ghiaccio, al Padrone delle Sei Vite fino all’ultima, l’Atto di Fede Estrema, cioè qualcosa di non pianificabile e comprensibile solo nel momento in cui accade — in pratica una sorta di salto nel buio), che porta tutta la banda a cimentarsi nel surf più folle, nel volo in wingsuit con le tute alate, nello snowboarding lungo pendii ghiacciati e rocciosi, in arrampicate libere da capogiro eccetera, in un crescendo di atti e cimenti paurosi e temerari, in qualche caso mortali nell’identificazione del Point break, del punto di rottura.

Fino a quando, davanti ad un nuovo atto criminale Utah pronuncia, quasi da traditore della causa, il fatidico “sono un agente del FBI” aprendo la strada ad una bizzarra, tumultuosa e schiumogena resa dei conti al cospetto di un mare tempestoso. Forse anche al compiersi di quell’atto di fede estrema che pare riecheggiare, nella furia delle onda, la sfida al destino del capitano Achab in Moby Dick.

Remake e non solo
Chiamarlo remake è, insieme, riduttivo ed eccessivo. Il film di Core, qui alla sua opera seconda da regista e noto soprattutto come direttore della fotografia (tra gli altri titoli Fast&Furious nella sua carriera), ruolo che ricopre anche qua, da una parte amplia, approfondisce e arricchisce l’orizzonte dell’originale; dall’altra parte ne rielabora molto liberamente la trama lasciando intatta, si può dire, solo la sostanza della reciproca, multiforme fascinazione tra Utah e Bodhi, per il resto relegando il surf ad una funzione parziale nella storia, dilatata quasi all’intero campionario degli sport estremi.

Point Break regola così il suo orologio sugli esiti tutti adrenalinici delle discese e della risalite più pazze e vertiginose, con il conforto di effetti speciali e mezzi tecnici neppure immaginabili all’epoca del film della Bigelow — roba di venticinque anni fa — pure miracoloso nelle evoluzioni della sua macchina da presa. Utilizzando inoltre nelle riprese più audaci degli autentici, famosi cultori dell’estremo con funzione di stunt-men.

Non tutto funziona ma lo spettacolo c’è
Non che il risultato sia sempre e comunque travolgente, intendiamoci. Il racconto, qua e là, si piega a qualche pausa e non tutto, in conclusione, risulta compiuto. 

Tuttavia la festa, per i fan dell’azione pura, si realizza in modo fragoroso ed appagante, sia sul piano emozionale che spettacolare, abbastanza prodiga di elementi seduttivi. 

Non ultimi quelli legati alla recitazione, segnatamente quella dei due attori principali, Edgar Ramirez nella parte di Bodhi e Luke Bracey in quella di Utah, ad essere sinceri meglio il primo, bello ossuto e tosto, quasi invasato nel mordere le caviglie ai suoi obiettivi e ad inseguire l’assoluto e l’utopia. Bracey è comunque diligente e dinamico, dotato di solida espressività.

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