Cinema

Pino Ammendola: "Il mio film sul senso di responsabilità individuale"

Un politico che non ha mai agito per il bene comune è protagonista di "A.N.I.M.A.", commedia dal fondo morale che parla a tutti

Pino Ammendola

Simona Santoni

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Un politico che ha del tutto dimenticato il concetto di bene comune si trova a fare i conti con le conseguenze della propria ignavia nella commedia A.N.I.M.A. di Pino Ammendola e Rosario Maria Montesanti. Dal 9 maggio in sala, A.N.I.M.A. racchiude in quell'acrononico, giocosamente, le parole "Atassia Neuro Ipofisaria Monolaterale Acuta".
Personaggio che ricorda tanti politici già passati per i nostri scranni, della storia recente e passata, l'Anio Modòr ideato e interpretato da Ammendola è un parlamentare superficiale che, entrato in coma, si risveglia in una sorta di inferno laico. La sua condanna? Dover vedere in un monitor ininterrottamente le tristi e devastanti conseguenze delle sue azioni, da lui considerate veniali, ma che hanno condizionato la vita di tante persone creando danni irreparabili, senza che lui se ne sia mai reso conto. 

Una parabola laica su cos'è la buona politica e cosa non lo è. Intervistiamo Pino Ammendola, attore, regista e autore napoletano, a teatro e al cinema, doppiatore di Jerry Lewis, Antonio Banderas, Stanley Tucci. Ci racconta origine e motivazioni di A.N.I.M.A..

Da cosa nasce questo suo nuovo film da regista, attore e sceneggiatore? 
"Questo è il mio secondo film come regista, attore e sceneggiatore, il mio mestiere è 'raccontare storie' e tutti i mezzi sono buoni... In questo momento storico mi piaceva l'idea di fare un film sul senso di responsabilità individuale, sull'esigenza di imparare a riflettere su come i nostri comportamenti possano incidere sulla vita degli altri. Sia chiaro, non vogliamo dare lezioni a nessuno, è solo il tentativo di rifare quella commedia leggera che aveva un fondo 'morale' che era così in voga nel nostro cinema del passato e che tanto mi ha influenzato".

Ci spieghi questo acronimo "A.N.I.M.A. - Atassia – Neuro - Ipofisaria – Monolaterale - Acuta". 
"Il film parla di un politico che muore e va in una sorta di inferno laico, che altro non è che l'aereo del film Casablanca dove sarà costretto a rivedere su un monitor le conseguenze di azioni (egoistiche) che lui ritiene ininfluenti, quindi l'anima c'entra... ma forse l'anima è una sorta di malattia invalidante per un politico?".

Il personaggio di Modòr, politico che ha smarrito il senso vero di fare politica per il bene comune, da chi o da cosa gli è stato ispirato?
"Per interpretare questo personaggio non mi sono ispirato a nessuno, se non al Modòr che è in ognuno di noi! Lui è convinto di essere un uomo perbene e come tanti avverte che certi atteggiamenti sono sbagliati, ma, come don Abbondio, non ha il coraggio e la forza di infrangere le regole che ci spingono a fare quello che conviene di più a se stessi invece della cosa migliore per tutti".

 

I cittadini italiani sono ormai delusi dalla politica e disaffezionati: cosa ne pensa?
"Siamo una nazione che ha perso l'orgoglio di far bene il proprio lavoro, che ha perso la capacità di fare sacrifici e che ha perso anche un po' della propria onestà individuale... Abbiamo avuto i politici che ci meritiamo".

C'è speranza che prima o poi il termine "politica" torni ad avere un significato nobile e non rimandi subito, nell'immaginario collettivo, a scaltrezze e bassezze?
"Se proviamo a migliorare tutti, migliorerà anche la classe politica e non ci sarà spazio per i corrotti. Purtroppo la nazione è un pò 'collusa', ognuno di noi ha chiesto qualche piccolo favore, ha saltato qualche fila in ospedale, ha un nipote incapace che si è preso la 'licenza superiore' grazie a uno zio prete o a un amico degli amici o... peggio".

Modòr si trova di fronte come giudici una donna, un barbone e un uomo di colore. Perché? 
"Modòr viene giudicato (nel suo inconscio) da persone nei cui riguardi si sente in colpa, un immigrato e un barbone, mentre la donna che è presidente della corte è una sorta di essere spaziale, venuta da un altro pianeta, forse perché la giustizia... non è di questo mondo".

Qual è la morale del suo film?
"Non c'è una morale, perché aprioristicamente io non le amo. È una riflessione, leggera, su quanto quelli che hanno responsabilità pubbliche dovrebbero ben ponderare le proprie azioni... ma il finale è, come da prassi, a sorpresa".

Lei spazia dal teatro alla tv al cinema: qual è il mezzo che più le appartiene e quale quello che più la diverte?
"Il mio mestiere è sicuramente il teatro, che ha la magia di durare solo un attimo, il tempo in cui si svolge. In questa caducità c'è tutta la sua forza. Al contrario, il cinema fissa il tempo e ruba alla morte le nostre immagini, regalandoci una piccola illusoria eternità. E poi c'è la tv, che ti fa entrare in tutte le case, ti unisce a gente che non conosci e non incontrerai mai, è altrettanto fantastico. Io amo tutti e tre i mezzi perché, come ho già detto, racconto storie. E credo in quella favola ebraica che dice che Iddio ci ha creato per farsi raccontare delle storie".

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